Al salvataggio della creatività: tra ipotesi fantastica e pubblicità

Creatività

Cosa sareb­be potu­to suc­ce­de­re se Gavri­lo Prin­cip, la mat­ti­na del 28 giu­gno 1914, aves­se liti­ga­to con la moglie, che lo avreb­be tra­sci­na­to a fare shop­ping? Cosa sareb­be potu­to suc­ce­de­re se Lee Har­vey Oswald, la famo­sa mat­ti­na in cui ucci­se il pre­si­den­te Ken­ne­dy, fos­se inciam­pa­to salen­do le sca­le del palaz­zo da cui dove­va spa­ra­re e quin­di aves­se man­ca­to il pas­sag­gio del­la limou­si­ne in Dea­ley Pla­za?

Le sto­rie, come ci inse­gna Roda­ri, spes­so comin­cia­no da un erro­re (“Sba­glian­do si impa­ra”, dice lui), un equi­vo­co, un gio­co di paro­le sba­glia­to, un modo erra­to di pro­nun­cia­re una paro­la.
Anche la sto­ria e la nostra con­tem­po­ra­nei­tà si svi­lup­pa­no per erro­ri: erro­ri di uomi­ni di spic­co, erro­ri di uomi­ni qua­lun­que, di inno­cen­ti e di col­pe­vo­li.

Per­ché quin­di non edu­ca­re le nuo­ve gene­ra­zio­ni a com­pren­de­re que­sto, faci­li­tan­do­le nell’apprendimento (che ricor­dia­mo, anche in pub­bli­ci­tà è det­ta­to dal­la moti­va­zio­ne ad ascol­ta­re il mes­sag­gio)? I bam­bi­ni sono il nostro futu­ro, che non pare roseo come desi­de­re­rem­mo.
Occor­re par­ti­re dal­le nuo­ve gene­ra­zio­ni per edu­car­le a un modo nuo­vo di con­ce­pi­re la con­tem­po­ra­nei­tà, un modo che le respon­sa­bi­liz­zi ma che sopra ogni cosa inse­gni loro a por­si le doman­de giu­ste (come ogni buon pub­bli­ci­ta­rio deve saper fare).

Il meto­do pub­bli­ci­ta­rio, fin dagli esor­di con la reto­ri­ca ari­sto­te­li­ca, ha mol­to da inse­gna­re: Ari­sto­te­le distin­gue tre tec­ni­che che devo­no far par­te dell’arsenale dell’oratore, e sareb­be­ro facil­men­te tra­spor­ta­bi­li nel con­te­sto dell’insegnamento: l’ethos, ovve­ro il come l’oratore (e quin­di l’insegnante) si pone all’uditore (e quin­di la clas­se), il pathos (la rea­zio­ne emo­ti­va del pub­bli­co, in que­sto caso dei bam­bi­ni) e il logos, il discor­so vero e pro­prio, razio­na­le, che si inten­de tra­smet­te­re e dimo­stra­re (ciò che si vuo­le inse­gna­re).
L’uomo, come anche di con­se­guen­za il bam­bi­no, è un esse­re razio­na­le, e ten­de quin­di ad accet­ta­re un mes­sag­gio che gli vie­ne pro­po­sto con suf­fi­cien­ti pro­ve chia­re e logi­che; que­sto si tra­spor­ta anche nel mon­do del lin­guag­gio e del frain­ten­di­men­to: la pastic­chi­na diven­te­rà la masti­chi­na, sem­pli­ce­men­te per­ché ha più sen­so. La fan­ta­sia sarà il mez­zo: la libe­ra espres­sio­ne è fon­da­men­ta­le, ma biso­gna inse­gna­re ai bam­bi­ni che la cono­scen­za ne è il pre­sup­po­sto.
Per for­mu­la­re una cor­ret­ta ipo­te­si fan­ta­sti­ca, occor­re cono­sce­re le cir­co­stan­ze: se si vuol sape­re cosa sareb­be suc­ces­so se Gavri­lo Prin­cip fos­se anda­to a fare shop­ping, ser­ve sape­re chi lui fos­se, qua­li fos­se­ro le sue moti­va­zio­ni, come fos­se la sua fami­glia, in che ambien­te fos­se inse­ri­to. Biso­gna inse­gna­re ai bam­bi­ni a ragio­na­re per ipo­te­si fan­ta­sti­che nel­la vita e nel­la con­tem­po­ra­nei­tà: cosa suc­ce­de­reb­be se ci fos­se una pan­de­mia glo­ba­le? Come biso­gne­reb­be agi­re? Cosa suc­ce­de­reb­be dal pun­to di vista eco­no­mi­co? Per far­lo c’è ovvia­men­te neces­si­tà di un cer­to tipo di cono­scen­za di base: come fun­zio­na l’economia? Come fun­zio­na l’ambiente in cui vivia­mo? Cos’è un virus? (Abbia­mo sco­per­to duran­te la pan­de­mia che non è una doman­da così scon­ta­ta) Se inse­gna­re ad un bam­bi­no qual­co­sa con­si­stes­se nel for­nir­gli uno stru­men­to per fare un’attività che ritie­ne diver­ten­te e coin­vol­gen­te (come inven­ta­re sto­rie), la stra­te­gia avreb­be più effet­to di una lezio­ne fron­ta­le sen­za carat­te­re né colo­re.

La pub­bli­ci­tà e la comu­ni­ca­zio­ne, ovvia­men­te inse­ri­te all’interno del con­te­sto del­lo sto­ry­tel­ling, potreb­be­ro for­ni­re del­le linee gui­da non indif­fe­ren­ti, anche allo Sta­to e al come si dovreb­be por­re nei con­fron­ti dei cit­ta­di­ni. Già Stre­hler denun­cia­va le man­can­ze del­lo Sta­to nell’interessarsi alla cul­tu­ra in modo diver­so, for­nen­do mez­zi a chi ha qual­co­sa da dire e da inse­gna­re. Le lezio­ni potreb­be­ro diven­ta­re dei pic­co­li brain­stor­ming: si lascia­no un paio di gior­ni per stu­dia­re l’argomento, e si rac­col­go­no poi le idee e le ipo­te­si fan­ta­sti­che in base a quan­to stu­dia­to. Da qui si crea una lezio­ne inte­rat­ti­va, a cui ovvia­men­te sarà più sti­mo­la­to a par­te­ci­pa­re chi ha meglio stu­dia­to l’argomento (ricor­dia­mo che l’essere uma­no ha deter­mi­na­ti biso­gni, tra cui il desi­de­rio di appar­te­nen­za e di inclu­sio­ne), e chi non lo ha fat­to, sen­ten­do­si esclu­so dal­la discus­sio­ne, avrà più avi­di­tà nell’imparare la vol­ta suc­ces­si­va. Fac­cia­mo come il non­no di Lenin, e met­tia­mo­ci al ser­vi­zio dell’immaginazione. “È più diver­ten­te, dun­que è più uti­le”, dice­va Roda­ri. I bam­bi­ni sal­ve­ran­no il mon­do, ma biso­gna inse­gnar­gli come. Solo l’educazione alla crea­ti­vi­tà evi­te­rà la fine del mon­do, e anche la fine del­la pub­bli­ci­tà (e del­le sto­rie con essa).

Sil­via Ceru­ti