Amore e altre cose ovvie – Ep.4

<Buon­gior­no, caf­fè ama­ro o zuc­che­ra­to?> 
Bill Hade­ly sen­tì, pri­ma di que­sta inde­cen­te doman­da all’alba del­le sole 11.30 di dome­ni­ca mat­ti­na, il pro­fu­mo di caf­fè bru­cia­to pro­ve­nien­te dal­la cuci­na; 

ma pri­ma anco­ra di chie­der­si qua­le cere­bro­le­so potes­se bru­cia­re il caf­fè nel 2019, spa­lan­cò, con la velo­ci­tà del suo cor­po in que­sto demo­ni­co gior­no del­la set­ti­ma­na, gli occhi per vede­re chi aves­se par­la­to.

Una for­za non ben defi­ni­ta, for­se quel­la del­la curio­si­tà, lo cata­pul­tò giù dal let­to. Era nudo come un ver­me: caz­zo, pen­sò. Un pro­spet­to del­la sto­ria che avreb­be dovu­to rico­strui­re gli si parò in men­te: che coglio­ne, l’hai fat­to anco­ra, pen­sò. L’ipotesi si raf­for­zò alla vista di un gio­vi­ne, anch’esso nudo come un neo­na­to, che lo fis­sa­va alle­gra­men­te aspet­tan­do, come un cane con la pal­li­na da ripor­to, una rispon­da alla doman­da ini­zia­le. 

<Ama­ro, gra­zie> rispo­se con­fu­so. 

Fis­sa­va la sta­tua gre­ca che in quel momen­to la face­va da padro­ne nel­la sua cuci­na. Oh no, caz­zo, no, no, no, no caz­zo. Non era La sua cuci­na. Era ciò di più lon­ta­no dal­la sua cuci­na. Era la cuci­na del­la casa in cui lavo­ra­va. Ed egli non era esat­ta­men­te un dome­sti­co qua­lun­que, era il “dome­sti­co” del­la resi­den­za Kau­f­mann, meglio cono­sciu­ta con il nome de ”Fal­ling­wa­ter hou­se”.

 Il capo­la­vo­ro di archi­tet­tu­ra orga­ni­ca di Frank Lloyd Wright. Tut­to ciò pas­sò alla velo­ci­tà del­la luce, sem­pre in pro­por­zio­ne alle leg­gi tem­po­ra­li del­la dome­ni­ca, nel­la men­te di Bill Hade­ly, lascian­do sul suo bel vol­to, sol­ca­to dal­le rughe, una fac­cia ine­be­ti­ta.

 <Caf­fè ama­ro, per il mio zuc­che­ri­no…> dis­se il mie­lo­so sco­no­sciu­to por­gen­do­gli la taz­za incan­de­scen­te. 

Ma Qua­le zuc­che­ri­no, que­sto da dove esce? un altro di quelli…non ci cre­do <Gra­zie…>, rispo­se. Sor­seg­giò il caf­fè nel­la vaga spe­ran­za che gli avreb­be ripor­ta­to la memo­ria, face­va schi­fo. Vera­men­te schi­fo, come solo il caf­fè fat­to da uno sco­no­sciu­to con cui hai avu­to un’avventura la sera pri­ma, può esse­re. Bill ini­ziò a guar­da­re il tene­ro agnel­li­no che ave­va ini­zia­to a giron­zo­la­re sciat­ta­men­te, tipo una signo­ra di ter­za età in un nego­zio di scar­pe, per il salot­to del­la “per­fet­ta armo­nia tra uomo e natu­ra”. 

Bill pen­sò che -for­se- fos­se il caso di apri­re boc­ca per dire qual­co­sa di vaga­men­te gen­ti­le o anche solo edu­ca­to per capi­re chi fos­se: < Ok gra­zie del caf­fè di mer­da, ma tu da dove esci?> Nien­te, la deli­ca­tez­za di Bill era para­go­na­bi­le a quel­la di uno schiac­cia­sas­si che ave­va avu­to una brut­ta gior­na­ta, nono­stan­te si fos­se spes­so sfor­za­to di miglio­ra­re.

 <Zuc­che­ro, ci sia­mo alza­ti stor­ti o sem­pli­ce­men­te fa par­te del tuo copio­ne fare lo stron­zet­to per cela­re la tua par­te zuc­che­ro­sa?> apo­stro­fò lui mali­zio­sa­men­te, Il tas­so di dol­ci­fi­can­te nel­le sue paro­le avreb­be ucci­so sul col­po un dia­be­ti­co, o anche Bill, ma si trat­ten­ne e rispo­se: <No dav­ve­ro, ho rimos­so… – le imma­gi­ni del­la not­te di pas­sio­ne appe­na pas­sa­ta bale­na­ro­no nel­la sua men­te e dovet­te cor­reg­ger­si- qua­si tut­to. <Oh che tipo, va bene, va bene, se que­sto è il tuo gioco…giochiamo>. <Chi sei? Cioè, come ti chia­mi?> dis­se Bill seden­do­si, anco­ra nudo, sul tavo­lo del­la cuci­na pro­get­ta­ta un’ottantina di anni pri­ma da uno dei più gran­di archi­tet­ti del­la sto­ria.

 Con­ti­nua­va ad esa­mi­na­re ogni par­te del cor­po del gio­va­ne sco­no­sciu­to per cer­ca­re di coglie­re il mini­mo det­ta­glio che avreb­be potu­to sug­ge­rir­gli qual­co­sa su di lui, come la nazio­na­li­tà o l’età. Era piut­to­sto alto, mol­to magro, ma trac­ce di musco­li nascen­ti cospar­ge­va­no il suo affu­sa­to cor­po. I linea­men­ti era­no dol­ci, la boc­ca sot­ti­le e uno sguar­do ver­gi­ne qua­si pue­ri­le. Dove­va ave­re al mas­si­mo 25 anni -<caz­zo anco­ra, ha la metà dei tuoi anni, ma che cosa ti pren­de?> si rim­pro­ve­rò col pen­sie­ro – e ave­va la car­na­gio­ne chia­ris­si­ma, dove­va esse­re euro­peo, sicu­ra­men­te nor­di­co. Impos­si­bi­le ten­ta­re di indo­vi­na­re la nazio­ne pre­ci­sa, era una vera sega in geo­gra­fia e anche a scuo­la… o nell’ascoltare, insom­ma in tut­te quel­le cose in cui c’era biso­gno di gran­de atten­zio­ne e dedi­zio­ne. Nel frat­tem­po, men­tre Bill Hade­ly era per­so in con­get­tu­re sul­la sua pro­ve­nien­za, il bian­chic­cio stra­nie­ro ave­va attac­ca­to a rac­con­ta­re la sto­ria del­la sua inu­ti­le vita e Bill si era ovvia­men­te per­so la par­te più impor­tan­te, il suo nome: <Aspet­ta, aspet­ta, aspet­ta, la doman­da era una e pure sem­pli­ce, ma io ho l’attenzione di un bam­bi­no, qual è il tuo cri­sto di nome?> < Hey! Dat­ti una cal­ma­ta ner­vo­set­to, capi­sco il per­so­nag­gio e tut­to, ma calmati…sono Law­ren­ce Mar­tìn, alla fran­ce­se> pre­ci­sò Il ragaz­zo, sve­lan­do, di con­se­guen­za, la sua enig­ma­ti­ca ori­gi­ne. 

<Mh ok, e…>. <E vuoi sape­re cosa è suc­ces­so, giu­sto?>. <Sì> rispo­se Bill per la pri­ma vol­ta a disa­gio in quel­la, a lui evi­den­te­men­te soli­ta, situa­zio­ne. 

<Beh, allora…vediamo…tu eri lì auste­ro, serio e dan­na­ta­men­te affa­sci­nan­te, il fasci­no dell’uomo di cul­tu­ra ecco…> Bill non era il tipo che ave­va biso­gno gli venis­se­ro fat­ti com­pli­men­ti, ma sicu­ra­men­te il tono ado­ran­te del ragaz­zo non gli dispia­ce­va. <…eri il cice­ro­ne del­la mia visi­ta gui­da­ta qui den­tro> dis­se distraen­do­si tra pez­zi d’arredamento d’interni da milio­ni di dol­la­ri, dove ave­va­no pro­ba­bil­men­te coro­na­to l’amplesso solo qual­che ora pri­ma. < Ti ho nota­to fin da subi­to, con gli occhia­li pog­gia­ti deli­ca­ta­men­te sul naso, lo sguar­do disil­lu­so e gran­di occhi neri pene­tran­ti… e, ad esse­re sin­ce­ro, non ricor­do un fico sec­co di quel­lo che tu dis­si per l’intera visi­ta, ero impe­gna­to a lan­ciar­ti sguar­di sem­pre pun­tual­men­te ricam­bia­ti…> Bill ini­ziò a ricor­da­re. Le lan­gui­de paro­le di Law­ren­ce sca­te­na­ro­no una rea­zio­ne a cate­na dirom­pen­te: ini­ziò a ricor­da­re che era il pri­mo tur­no dell’ultima gior­na­ta pri­ma del­le vacan­ze inver­na­li quan­do notò un alto ragaz­zo pal­li­do, che non smet­te­va un secon­do di fis­sa­re i suoi fian­chi; che era appe­na man­ca­to suo padre; che si sen­ti­va tre­men­da­men­te solo e depres­so; che gli azzur­ri occhi del pal­li­do Law­ren­ce lo ave­va­no con­su­ma­to e che gli ave­va infi­la­to in tasca un bigliet­ti­no- scrit­to da due mani deli­ca­te- “ti aspet­to al bar dopo la fine dei tur­ni” con la scu­sa di un’inutile doman­da sul­la pro­ve­nien­za dei mate­ria­li del­la vil­la.

 Ricor­dò che aspet­ta­va a lui il giro di chiu­su­ra e che ave­va scor­to la sago­ma di Law­ren­ce al bar del com­ples­so, com­ple­ta­men­te vuo­to. Han­nah e Bran­na, le ragaz­ze del bar, gli ave­va­no chie­sto un per­mes­so per fini­re pri­ma il tur­no, dove­va­no pren­de­re l’aereo a Pitt­sbur­gh per tor­na­re in tem­po a casa dal­le rispet­ti­ve fami­glie per le feste. Lui, essen­do anche il capo del per­so­na­le, glie­lo ave­va con­ces­so. Nono­stan­te fos­se nient’altro che uno stron­zo per­so, rima­sto solo al mon­do nel­la vita, era un otti­mo diret­to­re. Del resto non man­ca­va che una set­ti­ma­na a Nata­le, festa che avreb­be pas­sa­to, per la pri­ma vol­ta dopo 50 anni, sen­za suo padre.

Quel­la sera il bosco, tutt’uno con la casa, era rima­sto deser­to quan­do anche l’ultima visi­ta­tri­ce -una cor­pu­len­ta don­na dai for­ti trat­ti medi­ter­ra­nei e un gran­de sor­ri­so entu­sia­sta stam­pa­to sul­la fac­cia, che ave­va rico­per­to Bill di accu­ra­tis­si­me doman­de riguar­dan­ti i mate­ria­li, le tec­ni­che costrut­ti­ve e vita, mor­te e mira­co­li di Wright- si era leva­ta di tor­no. A Bill que­sto tipo di turi­sta pia­ce­va, non era il vora­ce cono­sci­to­re di date e nomi, ed ama­va rispon­de­re a doman­de inso­li­te qua­li “Quan­te vol­te il pro­get­to fu boc­cia­to dal com­mit­ten­te per moti­vi buf­fi?” o “Quan­te mogli ave­va già avu­to Wright quan­do il pro­get­to fu ulti­ma­to?”. Ama­va que­ste doman­de per­ché gli for­ni­va­no il pre­te­sto per­fet­to per sban­die­ra­re tut­ta la sua infi­ni­ta cono­scen­za riguar­dan­te la casa. Tut­ta la zona limi­tro­fa alla casa era libe­ra da ogni pre­sen­za uma­na. Non c’era un’anima ai bor­di del ruscel­lo Bear Run che pas­sa­va attra­ver­so la casa ai pie­di del­la costru­zio­ne, tut­to il per­so­na­le era par­ti­to, nes­su­no si sareb­be dovu­to tro­va­re lì, a par­te Bill. Ma Bill non era solo, Law­ren­ce e la bot­ti­glia di Mar­ti­ni era­no la sua com­pa­gnia. Law­ren­ce ave­va attac­ca­to a rac­con­ta­re l’imperdibile sto­ria del­la sua vita. Rac­con­tò del suo viag­gio in Ame­ri­ca rega­la­to­gli per “Sco­pri­re il mon­do” dal­la sua inge­nua ed iper­cat­to­li­ca madre, incon­sa­pe­vo­le del­la sua omo­ses­sua­li­tà, con­vin­ta anco­ra che avreb­be spo­sa­to la cugi­na di 4 gra­do, Char­lot­te, nel­la casta chie­sa di fami­glia a Niz­za; del suo per­cor­so di stu­di alla facol­tà di filo­so­fia di Niz­za; di quan­to amas­se la cine­ma­to­gra­fia fran­ce­se, per­ché beh…era fran­ce­se; di quan­to secon­do lui Pre­vert fos­se soprav­va­lu­ta­to e di chis­sà quan­te altre caz­za­te det­te per impres­sio­na­re quell’affascinante e miste­rio­so uomo dagli scu­ri occhi tri­sti. Ma Bill beve­va, ecco­me se beve­va, a ogni accen­no a dram­mi infan­ti­li o ado­le­scen­zia­li del ragaz­zo, che pote­va­no alla lon­ta­na ricor­da­re i suoi, tra­can­na­va giù sor­si e sor­si di Mar­ti­ni. Beve­va e beve­va e pen­sa­va al suo defun­to padre, che si chia­ma­va, per uno scher­zo di Dio -anche se Bill, in Dio, non ci cre­de­va- Law­ren­ce. Pro­prio come quel ragaz­zi­no che ave­va davan­ti. Pen­sò che for­se quel famo­so psichiatra/filosofo aves­se ragio­ne e che il com­ples­so di Edi­po non fos­se una caz­za­ta da repub­bli­ca­ni. 

Bill era come suo padre, ugua­le ugua­le, sbe­vaz­zo­ne, affa­sci­nan­te uomo vis­su­to di cul­tu­ra, era cre­sciu­to nei boschi di Ohio­py­le, Mill Run e Fort Hill, attor­no alla costru­zio­ne che, fin da quan­do era pic­co­lo e vede­va lavo­rar­ci suo padre, lo ave­va attrat­to. Dopo esser­si lau­rea­to con 3 anni di ritar­do in archi­tet­tu­ra, la dedi­zio­ne allo stu­dio non era una pre­ro­ga­ti­va del­la fami­glia Hade­ly, era fini­to a gesti­re qual­che visi­ta gui­da­ta, e poi dopo qual­che anno l’intera, famo­sis­si­ma, casa Kau­f­mann, costrui­ta tra il 1936 e il 1939. Era l’unica cosa a cui Bill riu­sci­va a mostra­re ed espri­me­re amo­re, for­se per­ché anche suo padre face­va così, inve­ce che mostra­re quell’affetto a lui. Per­so nel­la nostal­gia del ricor­do del suo ama­to padre, si ricor­dò di aver fat­to fini­re il mono­lo­go di Law­ren­ce come ave­va fat­to con la bot­ti­glia di Mar­ti­ni, mol­to in fret­ta. Si ricor­dò di aver­lo pre­so per mano, gesto inso­li­ta­men­te gen­ti­le per la sua per­so­na, e aver­lo con­dot­to den­tro il tem­pio di Lloyd e aver fat­to ses­so su più o meno tut­to che vales­se più di qual­che milio­ne di dol­la­ri. <Il resto, beh, cre­do tu lo pos­sa ricordare…non è così, Bill?> lo incal­zò Law­ren­ce <Sì.> rispo­se con un inde­fi­ni­bi­le tono. Bill, che duran­te la rico­stru­zio­ne del­la not­te si era final­men­te rive­sti­to, si era avvi­ci­na­to a una del­le lumi­no­se por­te-fine­stre e, guar­dan­do inten­sa­men­te il fiu­mi­ciat­to­lo, for­se per tro­va­re le paro­le miglio­ri, dis­se: <Sì, ora ricor­do, Quel­lo che però tu non puoi ricor­da­re, pro­prio per­ché non sai, è che sono un coglio­ne, un pove­ro coglio­ne, il pove­ro coglio­ne respon­sa­bi­le di que­sta casa, il qua­le ha ben pen­sa­to di ave­re un’avventura…<Come un’avventura?…> pia­gnu­co­lò il gio­va­ne che già imma­gi­na­va un roseo futu­ro in una casa color pastel­lo nel­la cam­pa­gna fran­ce­se <Taci!…un’avventura nel­la casa più con­trol­la­ta e con più tele­ca­me­re di tut­ta Ame­ri­ca> Law­ren­ce sbian­cò più di quan­to non fos­se già <Quin­di, per onor del vero, hai davan­ti un pove­ro coglio­ne che ha appe­na man­da­to a put­ta­ne l’unica cosa a cui tenes­se nel­la vita, oltre al suo pove­ro padre che ha, guar­da un po’, appe­na per­so. Quin­di ora tu spa­ri­rai come sei appar­so da quel­la por­ta e vedrai di tor­na­re all’istante a Niz­za, lau­rear­ti in filo­so­fia con il mas­si­mo dei voti, tro­var­ti un bel man­zo cau­ca­si­co da spo­sa­re con cui adot­ta­re due figli, due cani e due gat­ti o il caz­zo che adot­ta­no le cop­pie gay nel 2019 e lasciar­mi mori­re in pace nell’unico posto che abbia mai ama­to più del­la mia stes­sa esi­sten­za. Gra­zie.>

Bian­ca Del Bas­so