ANCORA UNA VOLTA FRANCESCA VANCHIERI

ANCORA UNA VOLTA FRANCESCA VANCHIERI

ANCORA UNA VOLTA FRANCESCA VANCHIERI

Dopo aver ana­liz­za­to il suo libro “Un sal­to oltre quel muro”, quin­di il suo pen­sie­ro, la sua malat­tia, il suo modo di approc­ciar­si ad essa, il rap­por­to con la fami­glia, que­sta vol­ta leg­ge­re­te un’intervista rivol­ta alla scrit­tri­ce e pro­ta­go­ni­sta del libro.

Quali sentimenti hai provato una volta scoperto il male? Qual è stata la prima cosa a cui hai pensato?

Un gior­no qua­lun­que, diste­sa sul let­ti­no del­la stan­za dell’ecografia, mi ven­ne comu­ni­ca­to con cer­tez­za che ave­vo un can­cro. E’ dav­ve­ro dif­fi­ci­le poter descri­ve­re ciò che pro­vai in quel pre­ci­so istan­te: ricor­do di aver avver­ti­to un cupo dolo­re tra­fig­ger­mi lo sto­ma­co, mi sen­tii in bili­co sull’orlo di un pre­ci­pi­zio. La mia men­te ven­ne subi­to tra­sci­na­ta in un tumul­to di emo­zio­ni mai pro­va­te, sen­sa­zio­ni che mi allon­ta­na­va­no da ciò che sta­vo viven­do. Tut­to intor­no a me era cela­to, i pen­sie­ri si attor­ci­glia­va­no e per­ce­pi­vo la real­tà in modo ovat­ta­to. La pri­ma per­so­na a cui pen­sai fu mio figlio e a come avrei potu­to dir­gli che mi sarei dovu­ta sot­to­por­re a del­le cure pesan­ti.  Di segui­to, pen­sai alle per­so­ne che più ama­vo, e a come poter­li tran­quil­liz­za­re. Ini­ziò così il mio viag­gio attra­ver­so: ero cer­ta che com­pren­de­re tut­te quel­le nuo­ve sen­sa­zio­ni, saper­le gesti­re, vive­re, sareb­be sta­ta la miglior cura. Ini­ziai quin­di a vive­re un tem­po inte­rio­re inten­so, dove pren­de­va­no il soprav­ven­to ricor­di, imma­gi­na­zio­ni, atte­se e spe­ran­ze, un tem­po sen­za tem­po, dove i gior­ni non ave­va­no ore e le ore minu­ti. Mi muo­ve­vo in spa­zi sospe­si, ric­chi di imma­gi­ni e sen­sa­zio­ni. Ed era pro­prio in que­gli spa­zi che tro­vai il mio rifu­gio inte­rio­re, un luo­go dove mio sen­ti­vo pro­tet­ta, un posto nel qua­le riu­sci­vo a sin­to­niz­zar­mi con le emo­zio­ni dolo­ro­se pro­van­do un sen­so di disten­sio­ne e con­for­to.

Nel libro racconti la condivisione del male, quanto ti ha aiutato sentirti compresa e non essere sola?

In que­sto dif­fi­ci­le cam­mi­no ho avu­to al mio fian­co poche per­so­ne, pro­prio per­ché mi ero chiu­sa in me stes­sa, sen­ti­vo l’esigenza di resta­re sola per poter vive­re appie­no la mia inte­rio­ri­tà. Solo a poche per­so­ne era con­ces­so di rom­pe­re quel silen­zio, per­ché loro era­no capa­ci di accom­pa­gnar­mi per mano, di capir­mi, di con­so­lar­mi, di dar­mi la for­za sen­za pro­fe­rir paro­la. Ho sem­pre con­di­vi­so le mie emo­zio­ni con chi ama­vo, per­ché lì mi sen­ti­to pro­tet­ta. Con­di­vi­de­re mi ha aiu­ta­ta ad acco­glie­re il dolo­re come una pro­fon­da for­za gua­ri­tri­ce.

Ci sono elementi, che prima ritenevi superficiali, ai quali ora dai maggiore importanza?

La mia vita pri­ma del­la malat­tia era cao­ti­ca, riem­pi­vo le mie gior­na­te di impe­gni sen­za mai riu­sci­re a tro­va­re momen­ti da dedi­ca­re solo a me stes­sa. La malat­tia mi costrin­se a fer­mar­mi, a capi­re solo me stes­sa, una Fran­ce­sca che non cono­sce­vo più, a sbir­cia­re negli ango­li più nasco­sti del mio Io. Mi ritro­vai d’improvviso lon­ta­na da quel­la vita pre­ce­den­te, ora rie­sco a gode­re del­le pic­co­le cose, a vive­re l’oggi sen­za pen­sa­re al doma­ni. Mi con­ce­do degli spa­zi, dedi­co del tem­po a ciò che mi fa star bene, do prio­ri­tà alle sem­pli­ci cose, e rie­sco a ral­le­grar­mi di tut­to ciò che ogni gior­no rie­sco a fare.

Sappiamo che sei una grande donna e soprattutto una grande artista. Durante questo lungo periodo buio, quanto ti ha aiutato dipingere e scrivere poesie?

Nei momen­ti più bui, quan­do non riu­sci­vo a gesti­re l’emotività, quan­do l’angoscia e la pau­ra pren­de­va­no il soprav­ven­to, tira­vo fuo­ri dal­la mia bor­sa la mia agen­de ver­de, com­pa­gna di viag­gio, e così ini­zia­vo a scri­ve­re, a but­tar giù tut­te quel­le sen­sa­zio­ni che mi sovra­sta­va­no. Scri­ve­re per me è sta­ta la cura miglio­re, dare cor­po alle emo­zio­ni tra­sfor­man­do­le in paro­le mi ha aiu­ta­ta a com­pren­der­le e ad avvi­ci­nar­mi a loro sen­za pau­ra. Così come il colo­re pas­sa­to sul­la tela, maneg­gia­re la pun­ta mor­bi­da del pen­nel­lo, gesti che mi por­ta­va­no in posti lon­ta­ni rispet­to al mio vis­su­to, in quei luo­ghi di tran­quil­li­tà. L’arte è un viag­gio che può tra­sfor­ma­re le pau­re più nasco­ste in ener­gia esi­sten­zia­le.

“Un salto oltre quel muro” è il tuo primo libro, hai già qualche altro progetto in mente

In real­tà non avrei mai pen­sa­to di scri­ve­re un libro, ma la voglia di poter aiu­ta­re chi come me si tro­va­va ad affron­ta­re un cam­mi­no così tor­tuo­so, mi ha dato lo sti­mo­lo per ini­zia­re. Un libro che spe­ro pos­sa esse­re uno stru­men­to vali­do per tut­te quel­le don­ne che voglio­no dar cor­po a emo­zio­ni con­tra­stan­ti.                                             Non ho pro­get­ti immi­nen­ti, con­ti­nuo però a scri­ve­re e a dipin­ge­re; ma lo fac­cio per sogna­re, per con­vi­ve­re con tut­te le emo­zio­ni dolo­ro­se che anco­ra oggi ama­no sog­gior­na­re nel­la mia inte­rio­ri­tà, per accen­de­re sem­pre la spe­ran­za e per vive­re appie­no ogni istan­te che que­sta splen­di­da vita ci pone davan­ti. Amo assa­po­ra­re quest’alternanza di emo­zio­ni che faran­no, son cer­ta, del­la mia vita un’esperienza anco­ra da scri­ve­re.

Gra­zie a Fran­ce­sca Van­chie­ri per esser­si rac­con­ta­ta!

Di Yle­nia Gabrie­le 

2 comments on “ANCORA UNA VOLTA FRANCESCA VANCHIERIAdd yours →

  1. Un gra­zie spe­cia­le ad Yle­nia Gabrie­le per la sua gran­de pro­fes­sio­na­li­ta e per aver con­tri­bui­to al mio pro­get­to.

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