scacchi, netlfix, serie, regina

Beth Harmon, la regina degli scacchi.

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Pre­ve­di­bi­li­tà. Ecco cosa Beth Har­mon ama degli scac­chi, la pos­si­bi­li­tà di imma­gi­na­re ciò che anco­ra deve acca­de­re, di poter con­trol­la­re una situa­zio­ne. Beth è affa­sci­na­ta dal mon­do geo­me­tri­co rac­chiu­so in quel­le 64 case, dove il bian­co si alter­na al nero e dove si sus­se­guo­no mos­se e stra­te­gie. Lì si sen­te sicu­ra per­ché tut­to è nel­le sue mani e nul­la è lascia­to al caso.

Beth Har­mon è la pro­ta­go­ni­sta del­la recen­te mini­se­rie “La regi­na degli scac­chi”, una del­le più guar­da­te su Net­flix al momen­to. Scott FrankAllan Scott han­no ripro­dot­to sul­lo scher­mo la sto­ria dell’omonimo roman­zo di Wal­ter Tevis del 1983, il cui tito­lo ori­gi­na­le è The Queen’s Gam­bit, ovve­ro il “gam­bet­to di don­na”, par­ti­co­la­re mos­sa di aper­tu­ra del gio­co. Il libro, così come la serie, lega gli scac­chi alla vita rea­le attra­ver­so una meta­fo­ra che sot­to­li­nea l’importanza di ogni azio­ne e soprat­tut­to del­le sue con­se­guen­ze. In una par­ti­ta non si può tor­na­re indie­tro così come nel­la real­tà, si può solo cam­bia­re stra­te­gia nel pre­sen­te e stu­dia­re il pas­sa­to per evi­ta­re di com­met­te­re gli stes­si erro­ri. Quest’idea che le rego­le del­la scac­chie­ra si ripre­sen­ti­no anche nel­la vita di tut­ti gior­ni non è per Beth solo una meta­fo­ra, ma diven­ta una cer­tez­za quan­do sco­pre il suo enor­me talen­to in que­sto gio­co. Incon­tra per la pri­ma vol­ta gli scac­chi nel semin­ter­ra­to dell’orfa­no­tro­fio in cui era costret­ta a vive­re ed è così che si immer­ge let­te­ral­men­te in quel micro­co­smo di tat­ti­ca e intui­zio­ne. Tut­to ini­zia da un even­to ina­spet­ta­to ed impre­ve­di­bi­le e pre­sto la pas­sio­ne di una bam­bi­na diven­ta la dipen­den­za di una gio­va­ne don­na.

La serie infat­ti mostra da un lato le capa­ci­tà che con­trad­di­stin­guo­no Beth come gio­ca­tri­ce e dall’altro le sue fra­gi­li­tà come esse­re uma­no. Die­tro genia­li­tà e bra­vu­ra si nascon­do­no in real­tà soli­tu­di­ne, insi­cu­rez­za e insta­bi­li­tà. I suoi suc­ces­si costrui­sco­no man mano l’immagine di una don­na for­te e indi­pen­den­te, che entra pre­po­ten­te­men­te nel mon­do degli scac­chi, dove solo chi por­ta i pan­ta­lo­ni può per­met­ter­si di gio­ca­re e soprat­tut­to di vin­ce­re. Accan­to però a que­sta rap­pre­sen­ta­zio­ne, c’è quel­la di una ragaz­za vit­ti­ma del­le dipen­den­ze da alcol e psi­co­far­ma­ci, pri­va di un pun­to di rife­ri­men­to e di un posto dove rifu­giar­si, se non quel­lo del­la scac­chie­ra. Si par­la spes­so di un pos­si­bi­le lega­me tra genio e fol­lia, con­si­de­ran­do come la man­can­za di fil­tri in que­ste per­so­ne pie­ne di talen­to por­ti ad una mag­gio­re crea­ti­vi­tà, ma anche ad una for­te vul­ne­ra­bi­li­tà. Uno stes­so indi­vi­duo sem­bra divi­der­si tra poten­zia­li­tà fuo­ri dal comu­ne e man­can­ze, vuo­ti che nel caso di Beth Har­mon pos­so­no esse­re col­ma­ti solo da rap­por­ti uma­ni, ma che lei pre­fe­ri­sce riem­pi­re con pil­lo­le e alco­li­ci.

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Il suo obiet­ti­vo è fin dall’inizio quel­lo di sca­la­re la clas­si­fi­ca dei gran­di mae­stri di scac­chi e que­sta ambi­zio­ne diven­ta pun­ta­ta dopo pun­ta­ta più rea­le, ma allo stes­so tem­po più sfo­ca­ta. E’ come se arri­vas­se al pun­to di dubi­ta­re di ciò che ha sem­pre inse­gui­to e desi­de­ra­to, chie­den­do­si cosa suc­ce­de­rà dopo che sarà diven­ta­ta cam­pio­nes­sa mon­dia­le, cosa cam­bie­rà. Il suo suc­ces­so è irre­fre­na­bi­le e col­pi­sce un avver­sa­rio dopo l’altro, lascian­do tut­ti a boc­ca aper­ta, sia per la sua bra­vu­ra che per il suo esse­re don­na. Se ve lo sta­te chie­den­do Beth Har­mon non è mai esi­sti­ta, ma c’è una scac­chi­sta che può esse­re para­go­na­ta a lei e par­lia­mo di Judit Pol­gár, la più gio­va­ne gran­de mae­stro di sem­pre. Entram­be con­di­vi­do­no abi­li­tà e vit­to­rie, ma se la nostra pro­ta­go­ni­sta ritro­va nel mon­do che la sta attor­no appro­va­zio­ne e ammi­ra­zio­ne, per Judit Pol­gàr è diver­so. Lei dichia­ra infat­ti: “Più dimo­stra­vo a me stes­sa di esse­re bra­va e gua­da­gna­vo posi­zio­ni nel­le clas­si­fi­che mon­dia­li, più incon­tra­vo uomi­ni che face­va­no com­men­ti sprez­zan­ti sul­le mie capa­ci­tà e tal­vol­ta bat­tu­te, che pen­sa­va­no fos­se­ro diver­ten­ti ma in real­tà offen­si­ve.”.

Gli scac­chi sono sta­ti con­si­de­ra­ti da sem­pre una disci­pli­na “per maschi” e la real­tà non è quel­la che vie­ne mostra­ta nel­la serie. Mol­ti ipo­tiz­za­va­no che l’assenza di don­ne nel gio­co fos­se lega­ta alla loro natu­ra ina­dat­ta, ma la ragio­ne era sem­pli­ce­men­te con­nes­sa ad aspet­ta­ti­ve cul­tu­ra­lifor­ti pre­giu­di­zi. La don­na negli scac­chi è con­si­de­ra­ta il pez­zo più poten­te per­ché gode del­la mag­gio­re mobi­li­tà; è capa­ce di attac­ca­re più nemi­ci con­tem­po­ra­nea­men­te e di far cade­re il re avver­sa­rio. Beth Har­mon ha cer­ca­to di por­ta­re quest’immagine al di fuo­ri del­la scac­chie­ra e, nono­stan­te le sue debo­lez­ze, ci è riu­sci­ta. Scac­co mat­to.

Sofia Cic­cot­ta