Bojack Horseman, Netflix, serie, animazione, cavallo, satira

BOJACK HORSEMAN: PUÒ DAVVERO UN CAVALLO INSEGNARCI QUALCOSA?

Le serie ani­ma­te sono spes­so buo­ni pro­dot­ti per “stac­ca­re” il cer­vel­lo: spen­sie­ra­ti, pia­ce­vo­li e con epi­so­di che dura­no poche deci­ne di minu­ti, giu­sto il tem­po di strap­pa­re una risa­ta. Eppu­re, BoJack Hor­se­man non è sol­tan­to una serie diver­ten­te. I suoi per­so­nag­gi non sono solo antro­po­mor­fi, alle vol­te sono più uma­ni degli uma­ni stes­si.

Tut­ti noi sia­mo sta­ti BoJack alme­no una vol­ta nel­la vita: incre­di­bil­men­te fra­gi­li sot­to una masche­ra di sicu­rez­za, incre­di­bil­men­te soli in mez­zo alla gen­te, incre­di­bil­men­te delu­si pur viven­do con­ti­nua­men­te nel­la pau­ra di non sod­di­sfa­re le aspet­ta­ti­ve altrui.

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BoJack sem­bra il tipi­co sbruf­fo­ne che pen­sa solo ai fat­ti suoi. È alco­liz­za­to, auto­di­strut­ti­vo, cini­co, bugiar­do e appro­fit­ta­to­re. Sta­gio­ne dopo sta­gio­ne però rive­la tut­ti i suoi trau­mi infan­ti­li E la sua infe­li­ci­tà, giu­sti­fi­ca­ta da un pas­sa­to bur­ra­sco­so e dai pro­ble­mi di depres­sio­ne. È qui che si nascon­de il pun­to vin­cen­te di una serie come que­sta: il ritrat­to spie­ta­to del­la real­tà ame­ri­ca­na tra star system, capi­ta­li­smo e ipo­cri­sia.

Riper­cor­ria­mo alcu­ne del­le tema­ti­che chia­ve del­la serie:

DEPRESSIONE

Alcol, dro­ga e pil­lo­le sem­bra­no i rime­di con­tro l’umore di tut­ti i per­so­nag­gi. La depres­sio­ne è sicu­ra­men­te un tema con­dut­to­re del­la serie. Un atteg­gia­men­to atto­ni­to, cupo, un mood peren­ne­men­te infe­li­ce. Da BoJack a Dia­ne Nguyen, ognu­no dei pro­ta­go­ni­sti appa­re fru­stra­to. Tut­ti sono in fon­do insod­di­sfat­ti del­la pro­pria vita, anche se nes­su­no ha real­men­te la for­za per riu­sci­re a cam­biar­la.

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RAPPORTI UMANI

BoJack a pri­mo impat­to è, a tut­ti gli effet­ti, “uno stal­lo­ne”: pia­ce alle don­ne e lo sa, meri­to del­la sua fama da ex pro­di­gio di Hol­ly­wood e il suo modo imper­ti­nen­te di trat­ta­re le per­so­ne. Ma già dal­la pri­ma sta­gio­ne que­sta masche­ra da sin­gle con­vin­to cade sot­to il peso del­la soli­tu­di­ne malin­co­ni­ca che atta­na­glia il pro­ta­go­ni­sta.

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La veri­tà è che BoJack non sa real­men­te rela­zio­nar­si: ha pau­ra di sta­re da solo ma al con­tem­po non rie­sce a sta­re con gli altri, finen­do ogni vol­ta per feri­re chi gli sta attor­no. È spes­so ipo­cri­ta, cal­co­la­to­re, apa­ti­co. Per quan­to non sia una per­so­na meschi­na, la sua bon­tà vie­ne bloc­ca­ta da un con­ti­nuo sta­to di dispe­ra­zio­ne e vuo­to inte­rio­re.

Ma BoJack non è l’unico pro­ta­go­ni­sta a vive­re la comu­ni­ca­zio­ne in que­sto modo: Prin­cess Caro­lyn, l’agente di BoJack, è osses­sio­na­ta dal lavo­ro ma cer­ca a tut­ti i costi di instau­ra­re dei rap­por­ti dure­vo­li in quan­to non rie­sce a sta­re da sola. Dia­ne, la gho­st­w­ri­ter del­la serie, non rie­sce a espli­ci­ta­re i suoi sen­ti­men­ti per il fidan­za­to Mr. Pea­nut­but­ter. Todd, assie­me a Dia­ne l’unico vero uma­no, è ases­sua­to, tan­to da scap­pa­re ogni qual­vol­ta che si veri­fi­chi la pos­si­bi­li­tà di intrat­te­ne­re una rela­zio­ne ses­sua­le con qual­cu­no.

QUESTIONI SOCIALI

Abor­to, attua­li­tà, poli­ti­ca, ses­si­smo, fem­mi­ni­smo sono solo alcu­ni tra i temi che la serie affron­ta.  Lo spet­ta­co­lo è masche­ra­to da com­me­dia: la sati­ra è for­te ma Raphael Bob-Wak­sberg, il crea­to­re del­la serie, non cede mai nel vol­ga­re.

La cor­ret­tez­za poli­ti­ca in BoJack Hor­se­man por­ta lo spet­ta­to­re a rico­no­sce­re il peso del­le que­stio­ni trat­ta­te. È una com­me­dia dai livel­li sfu­ma­ti nel qua­le il livel­lo zero è il super­fi­cia­le e il diver­ten­te, il livel­lo die­ci è inve­ce una rifles­sio­ne luci­da e cri­ti­ca del­la real­tà che ci cir­con­da.

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A vol­te si dice che per vede­re meglio le cose biso­gna pren­der­ne le distan­ze. Sicu­ra­men­te ciò si rive­la veri­tie­ro con BoJack Hor­se­man: guar­da­re le nostre vite attra­ver­so le azio­ni di una ban­da di semi-ani­ma­li ci aiu­ta a riflet­te­re, sor­ri­de­re, pen­sa­re e miglio­ra­re.

Ales­sia Miche­li­ni