Dal Virginian a Euridice: la storia di Novecento

Dal Virginian a Euridice: la storia di Novecento

Dal Virginian a Euridice: la storia di Novecento

(Nell’articolo è pre­sen­te un com­men­to sul­la par­te fina­le del mono­lo­go, chiun­que non l’avesse let­to e non voles­se rovi­nar­si la sor­pre­sa pri­ma di leg­ger­lo lo può tro­va­re al ter­mi­ne dell’articolo).

E poi ne ho fat­te di fes­se­rie, e se mi met­to­no a testa in giù non esce più nien­te dal­le mie tasche, anche la trom­ba mi son ven­du­to, tut­to, ma… quel­la sto­ria, no… quel­la non l’ho per­sa, sta anco­ra qui lim­pi­da e inspie­ga­bi­le come solo era la musi­ca quan­do, in mez­zo all’Oceano, la suo­na­va il pia­no­for­te magi­co di Dan­ny Bood­mann T.D. Lemon Nove­cen­to.”

Nove­cen­to ha sro­to­la­to i tasti del suo pia­no­for­te in tut­ti i modi pos­si­bi­li sol­can­do l’Oceano. Dal Vir­gi­nian, il piro­sca­fo su cui è nato, non è mai sce­so. Ha visto pas­sa­gli sot­to gli occhi le esi­sten­ze di immi­gra­ti, miliar­da­ri, gen­te ordi­na­ria, che qui sal­go­no per rag­giun­ge­re l’America, ognu­no con il suo cari­co di sogni e disil­lu­sio­ni. Tut­ti i posti che non pote­va rag­giun­ge­re, Nove­cen­to li esplo­ra­va tra gli ottan­tot­to tasti del suo pia­no­for­te, la sua musi­ca era inspie­ga­bi­le, esi­ste­va solo nel momen­to stes­so in cui lui la ese­gui­va. Quel­la era la sua fine­stra sul mon­do, da lì ave­va la vita a por­ta­ta di mano.

Viag­gia­va, lui.

E ogni vol­ta fini­va in un posto diver­so: nel cen­tro di Lon­dra, su un tre­no in mez­zo alla cam­pa­gna, su una mon­ta­gna così alta che la neve ti arri­va­va alla pan­cia, nel­la chie­sa più gran­de del mon­do, a con­ta­re le colon­ne e guar­da­re in fac­cia i cro­ce­fis­si. Viag­gia­va. Era dif­fi­ci­le capi­re cosa mai potes­se saper­ne lui di chie­se, e di neve, e di tigri e… voglio dire, non c’era mai sce­so da quel­la nave, pro­prio mai, non era una pal­la, era tut­to vero. Mai sce­so. Eppu­re, era come se le aves­se viste, tut­te quel­le cose.”

E avreb­be potu­to veder­le le chie­se, la neve e le tigri. Avreb­be potu­to far cono­sce­re la sua musi­ca al mon­do e diven­ta­re il pia­ni­sta più famo­so di tut­ti i tem­pi. Si sareb­be potu­to inna­mo­ra­re e poi avreb­be potu­to fare come que­gli uomi­ni che met­to­no su casa e fami­glia. Eppu­re Nove­cen­to dal Vir­gi­nian non sce­se e sor­ge spon­ta­neo chie­der­si per­ché abbia scel­to volon­ta­ria­men­te di pas­sa­re tut­ta la sua esi­sten­za su quel piro­sca­fo, per­ché non abbia mai volu­to visi­tar­lo per dav­ve­ro quel mon­do che lui era già così tan­to abi­tua­to ad esplo­ra­re.

Dal Virginian a Euridice: la storia di Novecento

Non è quel che vidi che mi fer­mò
È quel che non vidi
Puoi capir­lo, fra­tel­lo?
È quel che non vidi… lo cer­cai ma non c’era, in tut­ta quel­la ster­mi­na­ta cit­tà c’era tut­to tran­ne 
C’era tut­to
Ma non c’era una fine. Quel che non vidi era dove fini­va tut­to quel­lo.”

Nove­cen­to, di fron­te a tut­ta quel­la immen­si­tà, non rie­sce a intra­ve­de­re un limi­te. È un po’ come Leo­par­di quan­do, sedu­to sul col­le di Reca­na­ti, imma­gi­na l’infinito dispie­gar­si di fron­te a lui. In entram­bi i casi però è neces­sa­rio un ele­men­to che spin­ga l’immaginazione ad anda­re oltre: per Nove­cen­to sono gli ottan­tot­to tasti del suo pia­no­for­te e il Vir­gi­nian, per Leo­par­di è la sie­pe. Par­te tut­to sem­pre da un limi­te, sen­za cui non sareb­be pos­si­bi­le par­la­re di infi­ni­to.

Quan­do Nove­cen­to sta per scen­de­re dal piro­sca­fo, per la pri­ma vol­ta ha pau­ra del­le infi­ni­te stra­de che gli si pre­sen­ta­no davan­ti: lui che è abi­tua­to a cir­co­scri­ve­re tut­to il suo mon­do tra i toni del suo pia­no­for­te, non rie­sce a intra­ve­de­re nes­sun limi­te, ma solo infi­ni­te pos­si­bi­li­tà, tut­te egual­men­te per­cor­ri­bi­li. Gli risul­ta impos­si­bi­le sce­glie­re una stra­da sola ed esplo­rar­la, per­ché vor­reb­be per­cor­rer­le tut­te. Con la sua musi­ca inve­ce può esse­re in più posti con­tem­po­ra­nea­men­te, può visi­ta­re tut­te le cit­tà del mon­do, sen­ti­re ogni pro­fu­mo, immer­ger­si nel­la neve fino alla pan­cia.

Può sem­bra­re para­dos­sa­le, per­ché il fat­to di aver vis­su­to tut­ta la vita su un piro­sca­fo pro­ba­bil­men­te ha costi­tui­to l’unico osta­co­lo che non gli ha per­mes­so di far cono­sce­re la sua musi­ca a tut­ti. Ma sareb­be poi sta­ta la stes­sa musi­ca, dopo aver­lo visto dav­ve­ro, il mon­do, e dopo aver otte­nu­to il rico­no­sci­men­to di così tan­te per­so­ne?

Nove­cen­to il suo limi­te se lo tie­ne ben stret­to e non vuo­le libe­rar­se­ne. Ha biso­gno dei con­fi­ni del Vir­gi­nian per rac­chiu­de­re tut­to l’infinito che vive al suo inter­no, ed è dal con­ti­nuo con­tat­to con que­sto suo limi­te che nasce quel­la musi­ca così lim­pi­da e inspie­ga­bi­le, come solo lui riu­sci­va suo­nar­la. Per­der­lo avreb­be signi­fi­ca­to rinun­cia­re ai suoi mon­di infi­ni­ti.

La gran­de musi­ca, i gran­di can­ti, par­to­no sem­pre da un limi­te, che sia un dolo­re o un’esperienza che costrin­ge a vede­re il mon­do in modo diver­so, come nel caso di Nove­cen­to. Nel mito gre­co di Orfeo ed Euri­di­ce, il can­to di Orfeo, che è in gra­do di com­muo­ve­re chiun­que lo ascol­ti, nasce pro­prio dal sen­ti­men­to che pro­va quan­do il vele­no di un ser­pen­te si por­ta via Euri­di­ce. Orfeo arri­va a por­ta­re il suo dolo­re e il suo can­to fino al cospet­to degli dei dell’Oltretomba pur di poter ritor­na­re insie­me alla don­na che ama, otte­nen­do così ciò che pare­va impos­si­bi­le, ovve­ro ripor­tar­la accan­to a lui tra i vivi. Deve solo resi­ste­re alla ten­ta­zio­ne di guar­dar­la fino a quan­do non sarà usci­to dal regno dei mor­ti. Ma all’ultimo Orfeo si vol­ta. For­se anche lui –come Nove­cen­to quan­do rinun­cia a scen­de­re dal Vir­gi­nian del resto– per pau­ra di per­de­re ciò da cui in fon­do nasce il suo can­to. Per Orfeo si trat­ta del dolo­re per la scom­par­sa di Euri­di­ce, per Nove­cen­to del suo piro­sca­fo, ma entram­bi san­no che sen­za que­sti limi­ti la loro musi­ca non sareb­be più la stes­sa.

Dal Virginian a Euridice: la storia di Novecento

La ter­ra, quel­la è una nave trop­po gran­de per me. È un viag­gio trop­po lun­go. È una don­na trop­po bel­la. È un pro­fu­mo trop­po for­te. È una musi­ca che non so suo­na­re.”

Di Fran­ce­sca Mala­va­si