DUE MODI DI VIAGGIARE

Quan­do si par­la di viag­gi è essen­zia­le, a mio pare­re, fare un’ impor­tan­tis­si­ma distin­zio­ne. Sono con­vin­ta che esi­sta­no due modi mol­to diver­si di viag­gia­re: c’è chi viag­gia da sem­pli­ce turi­sta e chi viag­gia viven­do. Ciò che distin­gue que­ste due “cate­go­rie” di viag­gio è l’attitudine, il modo in cui si deci­de di affron­ta­re ogni par­ten­za e guar­dar­si poi intor­no una vol­ta arri­va­ti.



Quan­do si par­la di viag­gi è essen­zia­le, a mio pare­re, fare un’ impor­tan­tis­si­ma distin­zio­ne. Sono con­vin­ta che esi­sta­no due modi mol­to diver­si di viag­gia­re: c’è chi viag­gia da sem­pli­ce turi­sta e chi viag­gia viven­do. Ciò che distin­gue que­ste due “cate­go­rie” di viag­gio è l’attitudine, il modo in cui si deci­de di affron­ta­re ogni par­ten­za e guar­dar­si poi intor­no una vol­ta arri­va­ti.

 

Colui che viag­gia da turi­sta è con­vin­to che una cit­tà sia fat­ta solo dai luo­ghi che una gui­da su inter­net gli dice di visi­ta­re, scat­ta foto sen­za nem­me­no lascia­re che pri­ma sia­no i suoi occhi a goder­si lo spet­ta­co­lo e con­ti­nua a fare para­go­ni con quel­lo che ha lascia­to a casa. Il turi­sta, anco­ra, guar­da ai viag­gi come momen­ti di pau­sa dal­la sua quo­ti­dia­ni­tà, come paren­te­si lon­ta­ne, arti­fi­cia­li, desti­na­te a fini­re trop­po pre­sto e per que­sto non in gra­do di esse­re con­si­de­ra­te par­te del­la vita rea­le. 

Viag­gia­re viven­do, inve­ce, è com­ple­ta­men­te un’altra cosa. Quan­do si lascia che la vita, la vita vera, ini­zi ad esse­re par­te dei nostri viag­gi, ci si apre davan­ti un mon­do del tut­to nuo­vo: un pae­se stra­nie­ro smet­te di esse­re sola­men­te il posto dove poter tro­va­re la tale sta­tua o man­gia­re la tale pie­tan­za e si tra­sfor­ma in quel­lo che tan­te per­so­ne non poi così diver­se da noi chia­ma­no casa. Basta alza­re gli occhi dal­la car­ti­na o del­la map­pa del cel­lu­la­re per ren­der­si con­to che appe­na aldi­là di un museo con quat­tro stel­le su Tri­pAd­vi­sor la gen­te è impe­gna­ta, appun­to, a vive­re. Impa­ra­re a viag­gia­re in que­sto modo e smet­te­re di esse­re dei sem­pli­ci turi­sti non è per nien­te faci­le e, anzi, for­se mol­to spes­so quan­do si viag­gia nem­me­no ci si ren­de con­to di quan­te cose si stia­no per­den­do e, incon­sa­pe­vo­li, ci si accon­ten­ta. 


Io stes­sa fino a qual­che anno fa (ma a vol­te anco­ra oggi) ero solo una turi­sta. Quan­do sco­prii l’esistenza di due modi dif­fe­ren­ti di viag­gia­re ave­vo dicias­set­te anni e mi tro­va­vo a Pechi­no per il mio anno all’estero. Ricor­do che quel­la sera ero sedu­ta sull’autobus che mi sta­va ripor­tan­do al dor­mi­to­rio del­la mia scuo­la. Per la pri­ma vol­ta da quan­do ero arri­va­ta in quel pae­se così diver­so da casa me ne sta­vo a guar­da­re le luci del­le cit­tà che sfrec­cia­va­no al di là del fine­stri­no e non sen­ti­vo il biso­gno di pren­de­re la mia mac­chi­na foto­gra­fi­ca e scat­ta­re foto ad ogni cosa che vede­vo.

Ave­vo tra­scor­so la gior­na­ta a cer­ca­re di capi­re quel­lo che la mia pro­fes­so­res­sa e i miei com­pa­gni di clas­se dice­va­no a lezio­ne (rigo­ro­sa­men­te tut­to in cine­se) ed ero stan­ca, mi era venu­to un gran mal di testa e vole­vo solo tor­nar­me­ne in stan­za  a dor­mi­re.

Mi guar­da­vo intor­no e le fac­ce che mi cir­con­da­va­no non era­no più quel­le di un popo­lo che non capi­vo, con del­le usan­ze, un modo di com­por­tar­si e una lin­gua che non mi appar­te­ne­va­no, ma improv­vi­sa­men­te era­no diven­ta­ti uomi­ni e don­ne che come me non vede­va­no loro di scen­de­re alla loro fer­ma­ta e rin­ta­nar­si in casa. Non vede­vo più solo don­ne dai trat­ti orien­ta­li alle qua­li avrei potu­to fare una bel­la foto da mostra­re ai miei ami­ci in Ita­lia, ma mam­me o non­ne che pen­sa­va­no a cosa cuci­na­re per la cena; e anco­ra, quei bam­bi­ni con la testa rasa­ta e un solo codi­no che pen­de­va fino a metà schie­na non appa­ri­va­no più come esem­pi viven­ti di quel­la che era sta­ta la glo­rio­sa Cina impe­ria­le ma sem­pli­ci figli che face­va­no i capric­ci e distur­ba­va­no tut­ti con i loro lamen­ti. 

Ci era­no volu­ti mesi, si, ma final­men­te la bar­rie­ra invi­si­bi­le che sen­za nean­che accor­ger­me­ne mi ero costrui­ta tutt’intorno era crol­la­ta: non mi aggi­ra­vo più per le stra­de di quell’immensa cit­tà in pun­ta di pie­di, come se fos­si un’entità ester­na che vuo­le solo dare una sbir­cia­ti­na per poi sgat­ta­io­la­re via sen­za dare nell’occhio, sen­za immi­schiar­si. Improv­vi­sa­men­te mi ero immer­sa nel­la quo­ti­dia­ni­tà di per­so­ne che fino ad un momen­to pri­ma con­si­de­ra­vo diver­se, lon­ta­ne anni luce da me, e ave­vo lascia­to che la loro vita diven­tas­se un po’ anche la mia. Quel­la sera, sedu­ta in quell’autobus affol­la­to, ave­vo smes­so di esse­re una sem­pli­ce turi­sta e Pechi­no mi ave­va accol­to sen­za fare doman­de, spa­lan­can­do­mi le por­te di un mon­do nuo­vo: quel­lo dei viag­gi che van­no vis­su­ti.

 

Espe­rien­ze del gene­re, espe­rien­ze di vita all’estero, ho avu­to la for­tu­na di far­ne parec­chie altre nel cor­so degli anni. Dopo il diplo­ma par­tii per gli Sta­ti Uni­ti, mio gran­de sogno da quan­do a tre­di­ci anni sco­prii le serie tv, e ci rima­si per poco più di un anno a lavo­ra­re come ragaz­za alla pari; poi anco­ra qual­che mese a Gal­way, in Irlan­da, pri­ma di deci­de­re di iscri­ver­mi all’università e rico­min­cia­re, dopo quat­tro anni dal­la mia pri­ma vol­ta in Cina, a stu­dia­re Man­da­ri­no. Al secon­do anno di stu­di si pre­sen­ta la pos­si­bi­li­tà di fare l’Era­smus e sen­za pen­sar­ci due vol­te par­to per sei mesi in Sve­zia. 

Insom­ma, come mi pia­ce dire spes­so, la mia vita si potreb­be divi­de­re in “avan­ti e dopo Cina”: l’aver impa­ra­to a viag­gia­re viven­do mi ha fat­to diven­ta­re la per­so­na che sono e ha anche cam­bia­to il modo in cui sogno sia la per­so­na che diven­te­rò.  

Di sto­rie e aned­do­ti di viag­gio cre­do di aver­ne accu­mu­la­ti un bel po’ e, sono sicu­ra, ce ne sono anco­ra mol­tis­si­mi che anco­ra devo­no veni­re. Se vole­te io sarò qui a rac­con­tar­li.

Fede­ri­ca Barea­to