Einstein and me, Gabriella Greison

Einstein and me, Gabriella Greison

Einstein and me, Gabriella Greison

Ein­stein and me, mono­lo­go di Gabriel­la Grei­son, è la sto­ria di Mile­va Marić, gran­de scien­zia­ta e pri­ma moglie di Albert Ein­stein. Sia­mo nel 1896 a Zuri­go, una cit­tà in fer­men­to, un pul­lu­la­re di par­ti­cel­le che vaga­no spen­sie­ra­te per le stra­de. Mile­va è la pri­ma don­na in asso­lu­to a fre­quen­ta­re il poli­tec­ni­co del­la cit­tà, che per lei è il posto più bel­lo del mon­do. Ed è pro­prio qui che cono­sce Albert Ein­stein. 

Mile­va ha una mal­for­ma­zio­ne con­ge­ni­ta all’anca che le cau­sa dif­fi­col­tà quan­do cam­mi­na, si sen­te asim­me­tri­ca, lei che alle sim­me­trie è così tan­to abi­tua­ta. Mile­va e Albert si inna­mo­ra­no e fini­sco­no per pas­sa­re vent’anni del­la loro vita insie­me, ave­va­no costrui­to la loro cit­tà invi­si­bi­le fat­ta di gio­chi e di espe­ri­men­ti men­ta­li.

Le cose cam­bia­no a par­ti­re del 1905, l’annus mira­bi­lis in cui Albert pub­bli­ca sei lavo­ri che rivo­lu­zio­na­no il cor­so del­la fisi­ca, tra cui quel­lo in cui è pre­sen­te la famo­sis­si­ma equi­va­len­za mas­sa-ener­gia (E=mc2). Come abbia fat­to a pub­bli­ca­re così tan­ti arti­co­li di quel­la por­ta­ta, lavo­ran­do con­tem­po­ra­nea­men­te all’ufficio bre­vet­ti di Ber­na, rima­ne una que­stio­ne con­tro­ver­sa. Pro­ba­bil­men­te gran­de è sta­to il con­tri­bu­to di Mile­va al lavo­ro del mari­to, dal momen­to si trat­ta di una del­le poche per­so­ne nel­la sua sfe­ra pri­va­ta ad ave­re una cono­scen­za così avan­za­ta del­la mate­ma­ti­ca. Il fisi­co sovie­ti­co Abram Feo­do­ro­vič Iof­fe, che pro­prio nel 1905 ha avu­to l’opportunità di lavo­ra­re come assi­sten­te nel­la reda­zio­ne degli Anna­len der Phy­sik (dove i lavo­ri di Ein­stein sono sta­ti pub­bli­ca­ti), in un arti­co­lo del 1955 affer­ma che gli arti­co­li ori­gi­na­li era­no fir­ma­ti da un tale Ein­stein-Mari­ty (Mari­ty cor­ri­spon­de­reb­be alla ver­sio­ne unghe­re­se del cogno­me Marić). Tut­ta­via que­sti mano­scrit­ti sono anda­ti per­du­ti e nel­la ver­sio­ne defi­ni­ti­va com­pa­re solo il nome di Ein­stein. Inol­tre dal­la cor­ri­spon­den­za tra Mile­va e Albert si nota che alcu­ni arti­co­li sono espli­ci­ta­men­te defi­ni­ti da Ein­stein come ‘i nostri lavo­ri’. Il con­tri­bu­to effet­ti­vo di Mile­va rima­ne anco­ra oggi mol­to dibat­tu­to e il suo carat­te­re mol­to riser­va­to non faci­li­ta le cose, dal momen­to che del­la sua vita pri­va­ta si sa vera­men­te poco. Si è arri­va­ti a ipo­tiz­za­re che la stes­sa Mile­va non abbia volu­to esse­re men­zio­na­ta all’interno dei lavo­ri. Comun­que sia­no anda­te le cose l’epilogo del­la loro sto­ria non è feli­ce: se per Ein­stein da quel momen­to in poi ini­zia­no la fama e la glo­ria, non si può dire lo stes­so per Mile­va. Ein­stein, che nel frat­tem­po intra­pren­de una rela­zio­ne con una cugi­na divor­zia­ta, arri­va ad impor­re alla moglie del­le con­di­zio­ni umi­lian­ti per la loro con­vi­ven­za dome­sti­ca: Mile­va si sareb­be dovu­ta assi­cu­ra­re che i suoi vesti­ti fos­se­ro in ordi­ne, che egli rice­ves­se tut­ti i pasti e che la sua posta­zio­ne di lavo­ro fos­se sem­pre tenu­ta puli­ta e in ordi­ne. In cam­bio la don­na non si sareb­be dovu­ta aspet­ta­re inti­mi­tà e avreb­be dovu­to smet­te­re imme­dia­ta­men­te di rivol­ger­si a lui e usci­re del­la stan­za qua­lo­ra ne aves­se fat­to richie­sta. È a que­sto pun­to che Mile­va deci­de di tron­ca­re defi­ni­ti­va­men­te i rap­por­ti: pren­de con sé i figli e dà ini­zio alla pra­ti­ca di divor­zio.

Einstein and me, Gabriella Greison

Vener­dì 3 luglio, a Mila­no, nell’auditorium del­la Bicoc­ca, Gabriel­la Grei­son ha por­ta­to sul pal­co Mile­va e la sto­ria di que­sta par­te del­la sua vita. La sce­na alle­sti­ta è mol­to sem­pli­ce, com­pa­re solo un albe­ro sul­lo sfon­do, che riman­da al sus­se­guir­si del­le varie sta­gio­ni del­la vita.

Non è casua­le la scel­ta di ese­gui­re pro­prio ora que­sto mono­lo­go, in un momen­to in cui tut­ti stia­mo rac­co­glien­do le for­ze per ripar­ti­re: è un augu­rio a rico­min­cia­re met­ten­do a frut­to tut­to il nostro poten­zia­le, sen­za ingar­bu­gliar­ci in situa­zio­ni che ci sof­fo­ca­no. La con­clu­sio­ne del mono­lo­go ripren­de le cit­tà invi­si­bi­li di Cal­vi­no, pro­prio come quel­la che Mile­va e Ein­stein ave­va­no costrui­to con i loro espe­ri­men­ti men­ta­li:

Per que­sti por­ti non saprei trac­cia­re la rot­ta sul­la car­ta né fis­sa­re la data dell’approdo. Alle vol­te mi basta uno scor­cio che s’apre nel bel mez­zo di un pae­sag­gio incon­gruo, un affio­ra­re di luci nel­la neb­bia, il dia­lo­go di due pas­san­ti che s’incontrano nel via­vai per pen­sa­re che par­ten­do di lì met­te­rò assie­me la cit­tà per­fet­ta, fat­ta di fram­men­ti mesco­la­ti con il resto, d’istanti sepa­ra­ti da inter­val­li, di segna­li che uno man­da e non sa chi li rac­co­glie. […]

L’inferno dei viven­ti non è qual­co­sa che sarà; se ce n’è uno, è quel­lo che è già qui, l’inferno che abi­tia­mo tut­ti i gior­ni, che for­mia­mo stan­do insie­me. Due modi ci sono per non sof­frir­ne. Il pri­mo rie­sce faci­le a mol­ti: accet­ta­re l’inferno e diven­tar­ne par­te fino al pun­to di non veder­lo più. Il secon­do è rischio­so ed esi­ge atten­zio­ne e appren­di­men­to con­ti­nui: cer­ca­re e rico­no­sce­re chi e cosa, in mez­zo all’inferno, non è infer­no, e far­lo dura­re, e dar­gli spa­zio.

(Le cit­tà invi­si­bi­li, Ita­lo Cal­vi­no)

di Fran­ce­sca Mala­va­si