cinema, lesmisérables, banlieu, francia, ladjly

I miserabili di Ladj Ly – Ci sono solo cattivi coltivatori

“I mise­ra­bi­li”: il tito­lo del film è lo stes­so del roman­zo di Vic­tor Hugo, ma l’epoca in cui si ambien­ta­no i fat­ti è un’altra. È il 2018, la Fran­cia ha appe­na vin­to i mon­dia­li di cal­cio, e tut­ta la popo­la­zio­ne è in festa.

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Il gio­va­ne ragaz­zi­no Issa esce di casa con il tri­co­lo­re fran­ce­se avvol­to sul­le spal­le e si reca al via­le degli Champs-Ély­sées per festeg­gia­re con una fol­la immen­sa la vit­to­ria del mon­dia­le di cal­cio.
Le imma­gi­ni ini­zia­li mostra­no una mol­ti­tu­di­ne di visi diver­si, una mul­ti­cul­tu­ra­li­tà idea­le, una Fran­cia uni­ta nel­la diver­si­tà.

Ma ben pre­sto que­sta Fran­cia si dis­sol­ve, lascian­do il posto ad un’altra Fran­cia. La nar­ra­zio­ne si con­cen­tra nel­la ban­lieu di Mont­fer­meil, dove Issa, così come altri ragaz­zi e ragaz­ze, dopo le cele­bra­zio­ni ritor­na a fare i con­ti con la vita rea­le, fat­ta di pic­co­li cri­mi­ni, fur­ti, fughe dal­la poli­zia e abu­si da par­te di quest’ultima.

“I mise­ra­bi­li” sem­bra sug­ge­rir­ci che è que­sta for­se la Fran­cia rea­le, e non quel­la del­le cele­bra­zio­ni del­la vit­to­ria del mon­dia­le. Ed è pro­prio in que­sto con­te­sto che tre poli­ziot­ti di Pari­gi, il nuo­vo arri­va­to Sté­pha­ne Ruiz, il pre­po­ten­te Chris e il più paca­to Gwa­da, scon­vol­ge­ran­no defi­ni­ti­va­men­te la vita del gio­va­ne Issa e dei ragaz­zi­ni del posto.

Que­sta è la tra­ma di fon­do del film di Ladj Ly, ope­ra che si basa sull’omonimo cor­to­me­trag­gio del regi­sta fran­ce­se rea­liz­za­to nel 2017.

“I mise­ra­bi­li”, can­di­da­to al pre­mio oscar 2020 come miglior film inter­na­zio­na­le e vin­ci­to­re di 3 pre­mi César per miglior film, miglior pro­mes­sa maschi­le e miglior mon­tag­gio, risul­ta sicu­ra­men­te uno dei miglio­ri film di denun­cia socia­le degli ulti­mi 20 anni. Un vero e pro­prio pugno nel­lo sto­ma­co per lo spet­ta­to­re, che si avvi­ci­na mol­to al film del 1995 di Mathieu Kas­so­vi­tz “L’odio”.

Ladj Ly ci met­te davan­ti agli occhi la vita nel­le ban­lieu pari­gi­ne nel XXI seco­lo attra­ver­so ripre­se dall’alto che mostra­no gli ampi edi­fi­ci del­la peri­fe­ria così come i luo­ghi di sva­go dei ragaz­zi­ni che ci vivo­no, met­ten­do in risal­to sia la moder­ni­tà urba­na fat­ta di giar­di­ni, par­chet­ti e alti edi­fi­ci, sia il dete­rio­ra­men­to di que­sti spa­zi: memo­ra­bi­le è l’immagine di Issa che tro­neg­gia su un diva­no logo­ro nel bel mez­zo di rifiu­ti ammas­sa­ti attor­no ad un edi­fi­cio del suo quar­tie­re.

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Inte­res­san­te anche il fat­to che in quest’opera, a dif­fe­ren­za del film di Kas­so­vi­tz in cui i pro­ta­go­ni­sti era­no sì gio­va­ni ma post-ado­le­scen­ti, il cen­tro del rac­con­to sono i bam­bi­ni. È così infat­ti che nor­mal­men­te defi­ni­rem­mo Issa e i suoi ami­ci, eppu­re fac­cia­mo fati­ca a con­ci­lia­re la loro età con la vita che con­du­co­no: pic­co­li disor­di­ni e fur­ti diven­ta­no i pas­sa­tem­pi di que­sta gene­ra­zio­ne lascia­ta a se stes­sa.

Altro ele­men­to rile­van­te è la pre­po­ten­za del­le for­ze dell’ordine, che vie­ne mes­sa in evi­den­za in manie­ra espli­ci­ta: i tre agen­ti vaga­no per la peri­fe­ria pari­gi­na sen­za una vera meta, sen­za un vero sco­po, se non quel­lo di cer­ca­re di dar mostra in un modo o nell’altro del­la pro­pria auto­ri­tà. Chris è quel­lo dei tre che meglio sim­bo­leg­gia la ten­den­za all’abuso del pote­re da par­te del­le for­ze dell’ordine, per­so­nag­gio imbe­vu­to fino al midol­lo di pre­giu­di­zi raz­zia­li nei con­fron­ti dei vari grup­pi etni­ci che com­pon­go­no la socie­tà fran­ce­se del XXI seco­lo.

Dun­que in un’epoca in cui in tut­to il mon­do movi­men­ti come Black Lives Mat­ter non smet­to­no di far sen­ti­re la pro­pria voce e chie­de­re giu­sti­zia per le vit­ti­me degli abu­si del­la poli­zia, que­sto film risul­ta esse­re più che rile­van­te.
Nell’opera di Ladj Ly a fare le spe­se di que­sta pre­po­ten­za è Issa, e con lui tut­ta la sua gene­ra­zio­ne.

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Ami­ci miei, tene­te a men­te que­sto: non ci sono né cat­ti­ve erbe né uomi­ni cat­ti­vi. Ci sono solo cat­ti­vi col­ti­va­to­ri”.

Così scri­ve­va Vic­tor Hugo nel suo roman­zo, ed è que­sta la fra­se che il regi­sta fran­ce­se ripren­de nel­la sua ope­ra. Il fina­le del film è il momen­to in cui lo spet­ta­to­re avver­te che qual­co­sa di irre­pa­ra­bi­le sta per acca­de­re ed è spin­to a chie­der­si come si sia potu­ti arri­va­re a quel pun­to.

Un’intera gene­ra­zio­ne deci­de di rea­gi­re a quel­lo che subi­sce quo­ti­dia­na­men­te. Non c’è spa­zio per le paro­le. I col­ti­va­to­ri han­no fal­li­to, le pian­te sono appas­si­te.
C’è solo spa­zio per la rab­bia, incar­na­ta da una mol­ti­tu­di­ne di ragaz­zi­ni incap­puc­cia­ti, col vol­to coper­to ed una molo­tov in mano.

Ema­nue­le Pao­li­no