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IT – capitolo 2: un horror che non fa paura

Par­la­re del­la tra­spo­si­zio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca di IT non è faci­le, dato che il roman­zo di Ste­phen King potreb­be esse­re tran­quil­la­men­te cata­lo­ga­to come uno dei miglio­ri degli ulti­mi decen­ni.

Data que­sta pre­mes­sa, uni­ta alla pie­ga assun­ta da Hol­ly­wood che non vuo­le inve­sti­re in nuo­ve idee ma pro­dur­re film bana­li, il film non potrà mai e poi mai anche solo avvi­ci­nar­si alla mae­sto­si­tà dell’opera di King. Ma un film è un film e quin­di lo si giu­di­ca con i suoi cri­te­ri.

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Dun­que, che cosa dire di que­sto secon­do capi­to­lo diret­to da Andy Muschiet­ti, se non che si trat­ta di un film hor­ror che però non incu­te pau­ra? Non rie­sce nem­me­no a spa­ven­ta­re, dato che i vari jump­sca­re pre­sen­ti sono tut­ti bana­li.

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Sareb­be­ro un po’ più sen­sa­ti se nel film si per­ce­pis­se­ro dei momen­ti di vera ten­sio­ne e di con­se­guen­za di vera pau­ra. In quel caso il jump­sca­re sareb­be il pun­to più alto del cli­max, ma in IT que­sto siste­ma non esi­ste, ed un film hor­ror che non fa pau­ra pre­sen­ta un pro­ble­ma. 

Que­sto pro­ble­ma è ingi­gan­ti­to dal­la comi­ci­tà pre­sen­te all’interno di que­sto secon­do capi­to­lo. Per tut­ta la dura­ta del film si ripe­to­no, infat­ti, bat­tu­te di una comi­ci­tà pue­ri­le e di bas­so livel­lo. Que­sti tipi di dia­lo­ghi fan­no cala­re ulte­rior­men­te la serie­tà dell’opera, rasen­tan­do il ridi­co­lo e ren­den­do pra­ti­ca­men­te nul­lo il sen­ti­men­to di ansia e pau­ra.

Per quan­to riguar­da la par­te più tec­ni­ca, il mon­tag­gio risul­ta inte­res­san­te, dato che come nel libro avven­go­no dei con­ti­nui sal­ti tem­po­ra­li, mostran­do del­le sce­ne avve­nu­te duran­te l’arco tem­po­ra­le del pri­mo capi­to­lo di IT.

Ci si chie­de però come mai non abbia­no adot­ta­to que­sto siste­ma già nel­la pri­ma par­te. La par­te cen­tra­le risul­ta assai pesan­te, dato per qua­si un’ora acca­de la stes­sa cosa. Lo sche­ma sem­bra ripe­ter­si: un per­so­nag­gio è inten­to a cer­ca­re qual­co­sa a cui è lega­to e, quan­do vie­ne in con­tat­to con IT, le sue pau­re ven­go­no mes­se in sce­na.

Que­sta par­te di film pote­va e dove­va dura­re di meno, dato che la dina­mi­ca adot­ta­ta è sem­pre la stes­sa. Uno dei per­so­nag­gi tro­va l’oggetto, si per­ce­pi­sce che qual­co­sa non va, avvie­ne il soli­to e più che bana­le jump­sca­re, il pro­ta­go­ni­sta sfug­ge alla pro­pria pau­ra e si sal­va. Non c’è nes­su­na ori­gi­na­li­tà o ten­sio­ne, per­ché si capi­sce tut­to ciò che sta per suc­ce­de­re. Que­sta dina­mi­ca va avan­ti per qua­si un’ora, e il film ne dura poco meno di tre… quin­di capi­re­te che c’è un pro­ble­ma di fon­do.

Il secon­do ed ulti­mo film dedi­ca­to alla figu­ra di IT è una pel­li­co­la che al con­tra­rio del roman­zo non lascia nul­la allo spet­ta­to­re. Le innu­me­re­vo­li chia­vi di let­tu­ra e sot­to­te­sti pre­sen­ti all’interno dell’opera di Ste­phen King in que­sta tra­spo­si­zio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca ven­go­no qua­si del tut­to dimen­ti­ca­te. Basti pen­sa­re a Der­ry, luo­go dove si svol­ge la tra­ma, e a IT stes­so che nel libro rac­chiu­do­no il male pre­sen­te negli USA.

Que­ste dimen­sio­ni estre­ma­men­te impor­tan­ti all’interno del film non com­pa­io­no. Sì, ci sono un paio di epi­so­di nei qua­li alcu­ni abi­tan­ti brac­ca­no dei com­pae­sa­ni solo per il loro colo­re del­la pel­le, per i trop­pi chi­li o per il loro orien­ta­men­to ses­sua­le. Pec­ca­to che la mes­sa in sce­na sia estre­ma­men­te appros­si­ma­ti­va e che quin­di non si crei nes­sun livel­lo alle­go­ri­co, andan­do qua­si a fini­re nel dimen­ti­ca­to­io.

Con­clu­den­do, IT è un film appros­si­ma­ti­vo e fin trop­po demen­zia­le, che vuo­le pas­sa­re come un hor­ror, ma che ha ben poche com­po­nen­ti che fan­no pau­ra.

Sor­ge quin­di spon­ta­neo chie­der­si se ci sarà mai una tra­spo­si­zio­ne degna di nota del clo­wn più famo­so del­la let­te­ra­tu­ra.

Per­so­nal­men­te, visto l’andamento del mer­ca­to, al momen­to repu­to que­sta opzio­ne assai remo­ta e impro­ba­bi­le.

Jaco­po Grep­pi

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