Bovary

La malattia più antica del mondo: Bovarismo e Taedium Vitae

Chi è Mada­me Bova­ry? Con que­sto arti­co­lo mi pro­pon­go non solo di far luce su que­sta figu­ra assai con­tro­ver­sa, ma anche di dimo­stra­re che il male che la afflig­ge sia più comu­ne di quan­to si pos­sa pen­sa­re.

Bovary

Se doves­si attri­bui­re ad un deter­mi­na­to perio­do sto­ri­co il con­cet­to di bova­ri­smo, non esi­te­rei a soste­ne­re che, da quan­do ha pre­so coscien­za di sé e dei moti inte­rio­ri che lo ani­ma­no, l’uomo ha dovu­to impa­ra­re a con­vi­ve­re con que­sto “ger­me di fol­lia”. Non frain­ten­dia­mo: un’accezione per que­sto ter­mi­ne più pro­pria­men­te sto­ri­ca esi­ste e si rife­ri­sce all’abitudine di alcu­ni let­te­ra­ti otto­cen­te­schi di fug­gi­re dal­la mono­to­na deso­la­zio­ne del­le pro­vin­cie.

E lo stru­men­to era­no i roman­zi, che in quell’epoca comin­cia­ro­no a cir­co­la­re in modo mas­sic­cio: que­sti per­met­te­va­no di estra­niar­si dal­la real­tà e di lasciar­si sopraf­fa­re da luo­ghi tan­to lon­ta­ni quan­to affa­sci­nan­ti. Ma il mag­gior pun­to di inte­res­se non riguar­da quest’ultimo feno­me­no, poi­ché può defi­nir­si cir­co­scrit­to ad una spe­ci­fi­ca epo­ca sto­ri­ca e, anche se non dubi­to che alcu­ni veda­no la let­tu­ra in que­sta chia­ve anche oggi, riten­go più signi­fi­ca­ti­va l’altra acce­zio­ne di bova­ri­smo.

E’ infat­ti que­sta con­di­zio­ne uma­na comu­ne a mol­ti, tan­to che non è raro incon­tra­re per­so­ne che mani­fe­sta­no gli stes­si sin­to­mi che afflig­ge­va­no la pove­ra Emma, pro­ta­go­ni­sta del roman­zo “Mada­me Bova­ry”, scrit­to da Gusta­ve Flau­bert ver­so la metà del XIX seco­lo.

La deli­nea­zio­ne psi­co­lo­gi­ca di Emma è tale da rap­pre­sen­ta­re il gran pre­gio dell’opera e il moti­vo per cui cia­scu­no dovreb­be con­fron­tar­si con que­sto libro. Si potreb­be soste­ne­re, a ragion vedu­ta, che anche i temi trat­ta­ti rap­pre­sen­ti­no una svol­ta: una don­na disil­lu­sa da un amo­re insod­di­sfa­cen­te, con­sa­pe­vo­le dei pro­pri desi­de­ri, ricer­ca assi­dua­men­te la feli­ci­tà, con­trav­ve­nen­do ai costu­mi di un’epoca che anco­ra rele­ga la don­na ai dove­ri matri­mo­nia­li. Tut­ta­via i tem­pi sono cam­bia­ti, la socie­tà è matu­ra per rive­de­re i fon­da­men­ti su cui si basa.

Ciò che è dav­ve­ro straor­di­na­rio è la capa­ci­tà dell’autore di con­vo­glia­re nel per­so­nag­gio tut­ta l’inquietudine pro­vo­ca­ta da un males­se­re inte­rio­re radi­ca­to nel­la sto­ria uma­na. Si trat­ta del cocen­te desi­de­rio di una vita diver­sa, ade­ren­te alle pro­prie aspi­ra­zio­ni più pro­fon­de, in gene­ra­le ad una feli­ci­tà vagheg­gia­ta che si pen­sa di poter tro­va­re in un altro luo­go, lon­ta­no dal con­te­sto insod­di­sfa­cen­te e avvi­len­te in cui si vive.

Oppres­sa da una scial­ba esi­sten­za, Emma ha abban­do­na­to la casa pater­na dopo esser­si spo­sa­ta con Char­les Bova­ry, un mode­sto medi­co di cam­pa­gna. Più che l’amore, ad aver­la spin­ta al matri­mo­nio è sta­to il desi­de­rio di allon­ta­nar­si da una vita medio­cre, spe­sa tra le mura dome­sti­che. Char­les ave­va rap­pre­sen­ta­to la spe­ran­za di rin­no­va­men­to, l’aveva visto come l’uomo che avreb­be reso appa­ga­to il suo desi­de­rio di feli­ci­tà. E ciò for­se si sareb­be rea­liz­za­to se solo Char­les non fos­se sta­to l’antitesi del mari­to idea­le: non ha inte­res­si oltre alla pro­pria pro­fes­sio­ne, nel­la qua­le, peral­tro, non eccel­le; le con­ver­sa­zio­ni con lui si limi­ta­no alla sfe­ra più con­cre­ta del­la real­tà, sen­za mai anda­re oltre al tan­gi­bi­le. A tut­ti gli effet­ti Char­les ha rag­giun­to il pro­prio obiet­ti­vo e sen­te di non dover­si più met­te­re in gio­co per man­te­ne­re vivo l’amore del­la moglie. Il suo affet­to è tale da ren­der­lo cie­co alla scon­ten­tez­za di lei. Così, men­tre cre­sce l’avversione, le aspi­ra­zio­ni di Emma si fan­no sem­pre più niti­de e la ren­do­no cer­ta che in nes­sun luo­go come in cit­tà potreb­be­ro final­men­te esse­re sazia­te. Ed è qui che si con­su­ma la sua gran­de tra­ge­dia: la fan­ta­sia, attra­ver­so cui ha acces­so allo sfar­zo del bel mon­do pari­gi­no, si scon­tra dura­men­te con l’evidenza dei fat­ti, che la vede impri­gio­na­ta nel­la sobrie­tà di un vil­lag­gio rura­le.

Nel cor­so del­la sua vicen­da Emma dimo­stra rara­men­te di voler­si arren­de­re al desti­no, ed è que­sta cir­co­stan­za, for­se, ad aver­la tra­sfor­ma­ta in un per­so­nag­gio indi­men­ti­ca­bi­le. Per dimo­stra­re che que­sto moto inte­rio­re non è nuo­vo, basti pen­sa­re alla mona­ca di Mon­za, la cui sto­ria è per cer­ti trat­ti spe­cu­la­re a quel­la che stia­mo ora pren­den­do in esa­me. Ricor­do come, ai tem­pi del gin­na­sio, la pro­fes­so­res­sa di ita­lia­no che ci intro­du­ce­va alla figu­ra di Ger­tru­de, si sia espres­sa aspra­men­te nei suoi con­fron­ti. Pur stig­ma­tiz­zan­do la pra­ti­ca del­la mona­ca­zio­ne for­za­ta e, più in gene­ra­le, del­la leg­ge del mag­gio­ra­sco, dis­se che la mona­ca avreb­be dovu­to “fare di neces­si­tà vir­tù”, ovve­ro accet­ta­re la pro­pria con­di­zio­ne, che, per quan­to sgra­de­vo­le e in con­tra­sto con il suo vole­re, avreb­be potu­to comun­que rap­pre­sen­ta­re un pun­to di par­ten­za per fare del bene al pros­si­mo. Al con­tra­rio Ger­tru­de si è oppo­sta stre­nua­men­te alla sor­te, anzi l’ha aggi­ra­ta sen­za tene­re in con­to la posi­zio­ne che rico­pri­va nel con­ven­to, finen­do per sca­de­re nel­la col­pa. Allo stes­so modo Emma è refrat­ta­ria ai dove­ri coniu­ga­li pri­ma e geni­to­ria­li poi, tra­sfor­man­do­si da vit­ti­ma del Fato a col­pe­vo­le. Ed è a que­sto pun­to che nel­la mia espe­rien­za di let­to­re la com­pas­sio­ne si è tra­sfor­ma­ta in bia­si­mo ver­so que­sta don­na che non ha mai avu­to la for­za di rive­de­re le pro­prie posi­zio­ni e soprat­tut­to di cer­ca­re il bel­lo nel­le imme­dia­te vici­nan­ze. Cer­to il para­go­ne con la mona­ca di Mon­za cal­za a pen­nel­lo per­ché, se costei ha tra­sgre­di­to la Rego­la con­ce­den­do­si ad Egi­dio e si è mac­chia­ta di omi­ci­dio per tene­re nasco­sta la tre­sca, Emma ha tra­di­to il mari­to come per ven­di­car­si del­la sua malau­gu­ra­ta sor­te.

Madame bovary

Ma que­sti due esem­pi non sono un uni­cum nel cor­so del­la sto­ria let­te­ra­ria. Già due­mi­la anni fa Ora­zio scri­ve­va qual­co­sa di ana­lo­go nel­la cele­bre epi­sto­la a Bul­la­zio, nel­la qua­le depre­ca va l’abitudine dell’amico di com­pie­re lun­ghi viag­gi in ter­re lon­ta­ne sol­tan­to per allon­ta­nar­si da Roma. Tra­spa­re dal com­po­ni­men­to il tòpos già più vol­te trat­ta­to nel cor­so del­la let­te­ra­tu­ra lati­na, da Sene­ca a Lucre­zio, del tae­dium vitae, la cui cau­sa sca­te­nan­te era indi­vi­dua­ta nell’assenza di obiet­ti­vi e i cui effet­ti era­no mol­te­pli­ci. Sene­ca par­la per esem­pio di occu­pa­zio­ni fri­vo­le o di uno sta­to di tota­le apa­tia.

Evi­den­te­men­te Bul­la­zio era uno di quel­li che viag­gia­va­no mol­to nell’illusione di poter tro­va­re la feli­ci­tà lon­ta­no da casa pro­pria. Ora­zio, che è con­sa­pe­vo­le del­la malat­tia che afflig­ge l’amico, lo invi­ta a resta­re a Roma nel­la cer­tez­za che la feli­ci­tà non dipen­de dal luo­go in cui ci si tro­va, ma dal sere­no rap­por­to con se stes­si. Insom­ma, per Ora­zio la sete di viag­gia­re è cau­sa­ta dall’incapacità di resta­re soli i pro­pri pen­sie­ri e di accet­ta­re l’esistenza per come è.

A que­sto pun­to ci sareb­be da doman­dar­si, met­ten­do in discus­sio­ne la con­vin­zio­ne di Ora­zio, se que­sta mas­si­ma val­ga anche ai gior­ni nostri, non foss’altro per cer­ca­re una par­ven­za di giu­sti­fi­ca­zio­ne alla negli­gen­za di Emma Bova­ry e, for­se, di noi stes­si.

Ste­fa­no Cor­no