Lo potevo fare anch’io. L’arte contemporanea spiegata da Francesco Bonami.

lo potevo fare anch'io, Francesco Bonami

Chi di noi non si è mai chie­sto, alme­no una vol­ta, se l’arte con­tem­po­ra­nea sia dav­ve­ro arte? Quan­te vol­te ci è capi­ta­to di tro­var­ci davan­ti a un’opera rea­liz­za­ta da un arti­sta con­tem­po­ra­neo e pen­sa­re: “Lo pote­vo fare anche io”? O, comun­que, se que­ste fra­si non le abbia­mo pen­sa­te noi, sicu­ra­men­te le abbia­mo sen­ti­te pro­nun­cia­re da altre per­so­ne.

Esclu­den­do gli “addet­ti ai lavo­ri” del siste­ma dell’arte, tali doman­de sono mol­to dif­fu­se tra la popo­la­zio­ne. Que­sta osti­li­tà nei con­fron­ti dell’arte con­tem­po­ra­nea, tut­ta­via, non è da ricon­dur­re solo al man­ca­to inte­res­se del­le per­so­ne ver­so la disci­pli­na. La scuo­la, per esem­pio, ci inse­gna la sto­ria del­le arti visi­ve, ma non ci aiu­ta a capi­re cosa è arte e cosa non lo è. Non ci spie­ga per­ché quel­la è arte nono­stan­te non sia ogget­ti­va­men­te bel­la a veder­si. Tan­to­me­no ci spie­ga per­ché un’opera che “avrem­mo potu­to fare anche noi” abbia un valo­re di milio­ni di dol­la­ri. Il discor­so, natu­ral­men­te, non vale solo per la scuo­la, ma per tut­te le fon­ti di infor­ma­zio­ne che ci cir­con­da­no. “Lo pote­vo fare anch’io” è pro­prio il tito­lo di uno dei libri del cri­ti­co d’arte Fran­ce­sco Bona­mi, uno di que­gli scrit­ti che non dovreb­be­ro mai man­ca­re nel­le libre­rie di ognu­no. Ben lon­ta­no dall’essere un manua­le vec­chio e noio­so, il cult di Bona­mi reca come sot­to­ti­to­lo “Per­ché l’arte con­tem­po­ra­nea è dav­ve­ro arte”. Ed è pro­prio que­sto lo sco­po dell’autore: spie­ga­re ai “non addet­ti ai lavo­ri” come fun­zio­na il siste­ma dell’arte con­tem­po­ra­nea, per­ché Andy Warhol, Damien Hir­st, Jeff Koons e com­pa­gnia bel­la sono gran­di arti­sti e, soprat­tut­to, “per­ché non pote­va­mo far­lo anche noi”.

Con i tipi­ci tito­li iro­ni­ci e pro­vo­ca­to­ri che con­trad­di­stin­guo­no lo sti­le dell’autore, cia­scu­no dei tren­ta­tré capi­to­li affron­ta un argo­men­to spe­ci­fi­co. Alcu­ni di essi sono dedi­ca­ti a sin­go­li arti­sti che han­no segna­to la sto­ria dell’arte con­tem­po­ra­nea; altri a temi più gene­ri­ci. Come lo defi­ni­sce lo scrit­to­re nell’introduzione, è un “libro di bre­vi sto­rie sull’arte”. Pri­ma di par­la­re dei sin­go­li pro­ta­go­ni­sti del­la sto­ria dell’arte con­tem­po­ra­nea, tut­ta­via, Bona­mi riflet­te (e fa riflet­te­re) su alcu­ni gran­di temi. Tra que­sti, affron­ta­ti nei pri­mi capi­to­li, c’è quel­lo dell’autorialità dell’artista, ovve­ro ciò che ci per­met­te di dire che un ogget­to o un con­cet­to sono un’opera d’arte solo per­ché frut­to di un’idea pro­ve­nien­te dal­la men­te di un arti­sta. Lo scrit­to­re par­la anche del­la comu­ne con­vin­zio­ne del pre­do­mi­nio del­la pit­tu­ra sul­le altre for­me arti­sti­che e affron­ta il tema del­lo svi­lup­po del­la foto­gra­fia e del­la sua con­tro­ver­sa rela­zio­ne con la pit­tu­ra. È dal quar­to capi­to­lo che ci pro­po­ne del­le rifles­sio­ni leg­ge­re e iro­ni­che sui sin­go­li arti­sti. Il pri­mo a com­pa­ri­re è il più rivo­lu­zio­na­rio del XX seco­lo, padre di tut­te le cor­ren­ti suc­ces­si­ve, dall’arte con­cet­tua­le alla pop art: Mar­cel Duchamp. Suc­ces­si­va­men­te, è il tur­no dell’italiano Lucio Fon­ta­na, uno dei più “demo­niz­za­ti” da chi odia l’arte con­tem­po­ra­nea. Que­sto capi­to­lo, dal tito­lo for­te­men­te iro­ni­co (“Dac­ci un taglio”), è per­fet­to per tut­ti colo­ro che si sono sem­pre chie­sti come sia pos­si­bi­le che del­le tele con dei tagli pos­sa­no vale­re milio­ni di euro. E così via con tut­ti colo­ro che han­no rivo­lu­zio­na­to la sto­ria dell’arte: da Andy Warhol a Jeff Koons, da Lucian Freud a Damien Hir­st, pas­san­do per Pablo Picas­so, l’Arte Pove­ra, la Tran­sa­van­guar­dia e mol­to altro anco­ra. Nell’ultimo capi­to­lo, inve­ce, l’autore tor­na a riflet­te­re su un tema gene­ra­le, ovve­ro il con­cet­to di brut­tez­za nell’arte con­tem­po­ra­nea.

Non è mol­to comu­ne tro­va­re que­sti argo­men­ti all’interno di manua­li, in cui, gene­ral­men­te, l’arte e gli arti­sti ven­go­no spie­ga­ti in modo dida­sca­li­co. “Lo pote­vo fare anch’io”, al con­tra­rio, cer­ca di illu­stra­re i mec­ca­ni­smi tipi­ci del mer­ca­to dell’arte e di tro­va­re rispo­sta ai nostri dub­bi sen­za cade­re in un atteg­gia­men­to sco­la­sti­co ed avva­len­do­si di un lin­guag­gio acces­si­bi­le ai più. In pra­ti­ca, è una let­tu­ra alla por­ta­ta di tut­ti, sia di colo­ro che di arte non ci han­no mai capi­to nul­la, sia di chi, al con­tra­rio, di que­sta disci­pli­na ne ha fat­to la sua pro­fes­sio­ne. Lo scrit­to­re, d’altronde, è un cri­ti­co d’arte piut­to­sto affer­ma­to, oltre che cura­to­re e, da qual­che anno, uno dei prin­ci­pa­li “influen­cer d’arte” sui social net­work. Sul suo pro­fi­lo Insta­gram, infat­ti, pub­bli­ca quo­ti­dia­na­men­te post e video in cui argo­men­ta le sue teo­rie riguar­do gli arti­sti con­tem­po­ra­nei e il siste­ma dell’arte.

Quin­di, per­ché l’arte con­tem­po­ra­nea è dav­ve­ro arte? Per­ché “L’arte con­tem­po­ra­nea sia­mo allo­ra noi, così come ci vedia­mo oggi nel­lo spec­chio del pre­sen­te. A vol­te ci vedia­mo bel­li, a vol­te orri­bi­li: così suc­ce­de con l’arte.” Paro­la di Fran­ce­sco Bona­mi.

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Camil­la Bru­ni