Nomadland – una riflessione sulla vita e sui suoi valori

Per la regia di Chloé Zhao, Nomad­land è quel film che non ci si aspet­ta ma che fa brec­cia nel cuo­re di chi lo guar­da. Fran­ces McDor­mand inter­pre­ta Fern, una don­na sul­la ses­san­ti­na che, oltre all’essere rima­sta sola, si ritro­va sen­za lavo­ro in segui­to alla cri­si eco­no­mi­ca del 2008 che ha pie­ga­to in un modo o nell’altro ogni tipo di mer­ca­to, met­ten­do sul lastri­co un nume­ro inim­ma­gi­na­bi­le di per­so­ne.

Il suo lavo­ro pres­so Ama­zon era pra­ti­ca­men­te la sola atti­vi­tà che Fern svol­ge­va e, in segui­to alla chiu­su­ra del­lo sta­bi­li­men­to, comin­ce­rà dun­que un viag­gio per sco­pri­re se stes­sa, attra­ver­san­do varie zone dell’America in cam­per ed incon­tran­do altre per­so­ne nel­la sua stes­sa situa­zio­ne: dei noma­di moder­ni estra­nia­ti dal­la socie­tà in segui­to alla per­di­ta di un qual­co­sa di vera­men­te impor­tan­te.

Lo svol­gi­men­to del film è tan­to sem­pli­ce quan­to d’impatto e com­ples­so in ter­mi­ni di rifles­sio­ne , gra­zie agli ele­men­ti for­ni­ti allo spet­ta­to­re.

Così come Fern, anche noi spet­ta­to­ri par­tia­mo per un viag­gio. Un viag­gio intro­spet­ti­vo nei con­fron­ti del­la pro­ta­go­ni­sta, ma in manie­ra più o meno diret­ta anche per quan­to riguar­da il nostro vis­su­to, indi­pen­den­te­men­te dall’età e dall’estrazione socia­le.

In un modo o nell’altro, que­sto film rie­sce a toc­ca­re chiun­que pro­vo­can­do una rifles­sio­ne gra­zie ai momen­ti vis­su­ti sul­lo scher­mo. Una sto­ria che ini­zial­men­te potreb­be far pen­sa­re che par­li sola­men­te del con­cet­to di casa e di appar­te­nen­za ad un luo­go, ma che si rive­la subi­to esse­re qual­co­sa di più pro­fon­do.

Fra­si come “I’m not home­less, I’m just hou­se­less” indi­riz­za­no e gui­da­no sin da subi­to lo spet­ta­to­re sui bina­ri del­la rifles­sio­ne. Infat­ti, Fern non par­te sola­men­te per­ché ha per­so il lavo­ro, ma lo fa per cer­ca­re di capi­re esat­ta­men­te chi è.

Ritro­var­si sul­la ses­san­ti­na, disoc­cu­pa­ta, sen­za qual­cu­no al pro­prio fian­co e sen­za un vero e pro­prio sco­po dà mol­to a cui pen­sa­re. Sor­go­no doman­de come “che cosa ne ho fat­to del­la mia vita fino ad ora”, “ho lavo­ra­to e basta, ma che cosa ho avu­to in cam­bio”, “cosa vuol dire per me esse­re feli­ce”: inter­ro­ga­ti­vi che tut­ti quan­ti, pri­ma o poi, si ritro­va­no a dover affron­ta­re e Nomad­land rie­sce ad affron­ta­re que­sto per­cor­so con un’eleganza ed una cura degne di nota, visto soprat­tut­to il tema assai astrat­to e com­ples­so da affron­ta­re.

Un per­cor­so alla sco­per­ta di se stes­si e dei pro­pri desi­de­ri che sem­bra urla­re in manie­ra silen­zio­sa allo spet­ta­to­re di riflet­te­re e di tene­re con­to del­la pro­pria vita, di non svol­ge­re deter­mi­na­te man­sio­ni sola­men­te per­ché un costrut­to supe­rio­re come quel­lo socia­le lo impo­ne. Altri­men­ti tra cin­que, die­ci, ven­ti, quarant’anni ci si potreb­be tro­va­re a riguar­dar­si indie­tro e, come scri­ve­va Euge­nio Mon­ta­le, vede­re una real­tà fat­ta sola­men­te di ombre. 

Una real­tà che non ci appar­tie­ne vera­men­te, ma alla qua­le sarà ormai trop­po tar­di per por­re rime­dio a cau­sa anche di alcu­ne scel­te di vita che in fon­do repu­tia­mo sba­glia­te o quan­to meno discu­ti­bi­li e a cau­sa del­le qua­li vi sarà il rischio di una man­ca­ta appar­te­nen­za ai luo­ghi dove si risie­de pro­prio per via di una lacu­na in ter­mi­ni di sta­bi­li­tà inte­rio­re. 

“See you down the road”

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