Parasite – il manifesto della lotta contro le disparità sociali

Par­la­re anco­ra di Para­si­te potreb­be risul­ta­re stuc­che­vo­le o super­fluo, eppu­re il capo­la­vo­ro di Bong Joon-ho meri­ta e meri­te­rà sem­pre lo spa­zio neces­sa­rio per far si che la gen­te ne sen­ta par­la­re. Il pri­mo film del­la sto­ria in lin­gua non ingle­se a vin­ce­re l’oscar come miglior film ha aper­to ulte­rior­men­te, ed apri­rà sicu­ra­men­te anche in futu­ro, le por­te del cine­ma orien­ta­le agli spet­ta­to­ri del mon­do occi­den­ta­le che, per para­fra­sa­re il regi­sta, una vol­ta supe­ra­ta la pic­co­la bar­rie­ra dei sot­to­ti­to­li ver­ran­no intro­dot­ti a tan­ti altri incre­di­bi­li film.

Una sto­ria rela­ti­va­men­te sem­pli­ce, ma che con i suoi sot­to­te­sti varie­ga­ti e com­ples­si si ele­va a livel­li qua­si impen­sa­bi­li nar­ran­do le vicen­de del­la fami­glia Kim e del­la fami­glia Park. La pri­ma appar­tie­ne ad un ceto socia­le pove­ro, men­tre la secon­da ad uno mol­to più ele­va­to. Tra­mi­te astu­ti e stu­dia­ti stra­ta­gem­mi, tut­ti i mem­bri del­la fami­glia Kim rie­sco­no con l’inganno ad tro­va­re un lavo­ro all’interno del­la magio­ne dei Park.

Ma che cosa ci vuo­le rac­con­ta­re Para­si­te? Qual è il suo sco­po e per­ché è così tan­to accla­ma­to da pub­bli­co e cri­ti­ca?

Tra­mi­te le meta­fo­re, i sim­bo­li­smi, i dia­lo­ghi, la scel­ta dei colo­ri, le sce­no­gra­fie, … Bong rac­con­ta attra­ver­so una sto­ria un feno­me­no che riguar­da diret­ta­men­te o indi­ret­ta­men­te tut­te le per­so­ne appar­te­nen­ti al gene­re uma­no: ovve­ro la discri­mi­na­zio­ne tra clas­si socia­li.

Que­sto film rac­con­ta tan­te sfac­cet­ta­tu­re di que­sto argo­men­to e la sua veri­di­ci­tà fa assai pau­ra da quan­to è rea­le e facen­te da spec­chio del­la nostra real­tà con­tem­po­ra­nea.

Vie­ne nar­ra­to di come ci si sen­te e di come si è costret­ti ad agi­re se non si ha la for­tu­na di esse­re nati agia­ti, di come per non anne­ga­re in un mare di incer­tez­ze e dif­fi­col­tà si deb­ba anda­re con­tro gli inte­res­si e il benes­se­re di qual­cun altro. Di come chi appar­tie­ne ad un ceto socia­le più umi­le sia sem­pre mar­chia­to come un appe­sta­to, con un’etichetta stam­pa­ta in fron­te del­la qua­le non ci si può libe­ra­re e che ricor­de­rà a tut­ti l’appartenenza e il ruo­lo già desi­gna­to all’interno del­la socie­tà, ma che in real­tà non va a sta­bi­li­re il vero valo­re di una per­so­na. Di come tut­te que­ste linee di divi­sio­ne che ven­go­no demar­ca­te, sia­no in real­tà solo dei costrut­ti arti­fi­cia­li crea­ti dall’essere uma­no poi­ché se si guar­da il mon­do per quel­lo che è vera­men­te, si può com­pren­de­re come que­sti diva­ri non esi­sta­no e quan­to in fon­do non abbia­no sen­so di esi­ste­re. Di come sfor­tu­na­ta­men­te i pro­ble­mi cau­sa­ti da que­sti diva­ri pos­sa­no col­pi­re tut­ti, indi­pen­den­te­men­te dal ceto di appar­te­nen­za, e di quan­to i pro­ble­mi pos­sa­no esse­re di dimen­sio­ni inim­ma­gi­na­bi­li e la quan­ti­tà dei dan­ni irre­pa­ra­bi­le.

Para­si­te è que­sto. Un film che cer­ca di far com­pren­de­re la discri­mi­na­zio­ne pre­sen­te fra clas­si socia­li e di come essa non abbia sen­so di esi­ste­re in quan­to l’appartenenza ad una cate­go­ria non deter­mi­na la qua­li­tà e le capa­ci­tà del sin­go­lo indi­vi­duo. Un cer­chio nar­ra­ti­vo vol­to a far riflet­te­re tut­ti quan­ti e che si spe­ra fac­cia com­pren­de­re a più indi­vi­dui pos­si­bi­le, che le per­so­ne sono mol­to di più di un sem­pli­ce nume­ro sosti­tui­bi­le con un altro. 

Para­si­te è un con­nu­bio per­fet­to di emo­zio­ni all’interno del qua­le si ride con i per­so­nag­gi, si ha pau­ra a cau­sa del­le incer­tez­ze vis­su­te, si pian­ge in segui­to a degli avve­ni­men­ti e ci si pre­oc­cu­pa per il loro avve­ni­re. Così come la vita, que­sto film col­pi­sce drit­to allo sto­ma­co sen­za giri di paro­le, ma è giu­sto così visto l’argomento trat­ta­to. Argo­men­to che gra­zie all’unione di un repar­to tec­ni­co eccel­len­te e di una nar­ra­zio­ne mae­sto­sa, rie­sce risul­ta­re frui­bi­le a tut­ti quan­ti e, sem­pre per para­fra­sa­re il film, sen­za mai anda­re oltre e supe­ra­re la linea.

Di Jaco­po Grep­pi