Processo ai Chicago 7

PROCESSO AI CHICAGO 7 SU NETFLIX

Processo ai Chicago 7

Come si fa una rivo­lu­zio­ne cul­tu­ra­le? Qual è il prez­zo da paga­re per pro­te­sta­re per le ingiu­sti­zie? Sono que­ste le doman­de alle qua­li Pro­ces­so ai Chi­ca­go 7, vin­ci­to­re del Gol­den Glo­be 2021 per la miglior sce­neg­gia­tu­ra, cer­ca di rispon­de­re.

Il cli­ma del film è quel­lo del­la rivo­lu­zio­ne di fine anni 60, del perio­do nel­la qua­le l’America si divi­de­va tra bigot­ti e pro­gres­si­sti, bor­ghe­si e stu­den­ti. 

Theo­do­re Roszak affer­ma che la con­tro­cul­tu­ra ha fat­to emer­ge­re un ambi­zio­so pro­ces­so di ricer­ca per la riva­lu­ta­zio­ne dei valo­ri cul­tu­ra­li mai pro­dot­ti da qual­sia­si socie­tà. Tut­to è sta­to rimes­so in gio­co: dal­la fami­glia al lavo­ro, dal­le isti­tu­zio­ni all’educazione dei gio­va­ni, dal­la ses­sua­li­tà alla scien­za, tec­no­lo­gia e pro­gres­so.

Aaron Sor­kin rie­sce a rac­con­ta­re  in 129 minu­ti un pez­zo di sto­ria, tra atti­vi­smo, ses­san­tot­to e cor­ru­zio­ne, sen­za cade­re nel bana­le gra­zie a un sapien­te uso dell’ironia e del sar­ca­smo.

I set­te pro­ta­go­ni­sti prin­ci­pa­li, real­men­te esi­sti­ti e cono­sciu­ti come i Chi­ca­go Seven, sono Abbie Hof­f­man, Jer­ry Rubin, David Del­lin­ger, Tom Hay­den, Ren­nie Davis, Lee Wei­ner e John Froi­nes, atti­vi­sti, acca­de­mi­ci, hip­pies; tut­ti pro­ces­sa­ti per aver mani­fe­sta­to duran­te la con­ven­tion del Par­ti­to Demo­cra­ti­co, con­tro la guer­ra in Viet­nam. Ad essi si aggiun­ge il capo del­le Pan­te­re Nere, Bob­by Sea­le, accu­sa­to di esse­re asso­cia­to al grup­po.

Pale­se­men­te ingiu­sto e pre­giu­di­zie­vo­le, il pro­ces­so vie­ne rap­pre­sen­ta­to esa­spe­ran­do il pun­to di vista impa­ri del giu­di­ce al fine di evi­den­zia­re le dif­fe­ren­ze cul­tu­ra­li di que­gli anni. La sfron­ta­tez­za dei pro­ta­go­ni­sti, le loro bat­tu­te e i ripe­tu­ti “oltrag­gi alla cor­te” voglio­no esse­re un modo per dimo­stra­re l’assurdità dell’accusa e la far­sa media­ti­ca mon­ta­ta al fine di far pas­sa­re per cat­ti­vi, i paci­fi­sti.

La for­za del regi­sta sta nel riu­sci­re a rac­con­ta­re una sto­ria con pochi flash back e mol­ti dia­lo­ghi, black humor, sen­si­bi­li­tà, urla, incom­pren­sio­ni e sipa­riet­ti comi­ci.

Ognu­no dei per­so­nag­gi è pro­ta­go­ni­sta, nes­su­no sot­to ai riflet­to­ri più di un altro, tut­ti rap­pre­sen­ta­ti nel­le loro dif­fe­ren­ze e pun­ti di vista, oltre che nei loro diver­si modi di approc­cia­re la rivo­lu­zio­ne. Abbie Hof­f­man, inter­pre­ta­to da Sacha Baron Cohen, un fat­to­ne capo­ban­da, saga­ce e bur­le­sco, è moz­za­fia­to. Tom Hay­den, inter­pre­ta­to da Eddie Red­may­ne, è inve­ce per­so­nag­gio più dimes­so e razio­na­le, qua­si trop­po abbot­to­na­to a con­fron­to del grup­po con la qua­le sie­de in aula. Que­sti due lea­der, entram­bi alla gui­da di due grup­pi del­la sini­stra radi­ca­le, sono uni­ti dal­la volon­tà di cam­bia­re le cose, non impor­ta a che prez­zo.

Il rit­mo è incal­zan­te: il pro­ces­so diven­ta un ping pong di bat­tu­te e frec­cia­ti­ne tra giu­di­ce e accu­sa­ti, una cospi­ra­zio­ne den­tro la cospi­ra­zio­ne, un pal­co­sce­ni­co pub­bli­co, un “pre­mio Oscar del­la pro­te­sta”, come affer­ma in una sce­na del film Lee Wei­ner.

Sep­pur si par­la di guer­ra in Viet­nam e scon­tri arma­ti, la foca­liz­za­zio­ne è sem­pre e solo sui soli­ti per­so­nag­gi e sul­le fazio­ni che essi gene­ra­no: da una par­te il rigo­re auto­ri­ta­rio poco tol­le­ran­te, dall’altra gli hip­pies dal­la par­lan­ti­na liber­ti­na e l’energia psi­che­de­li­ca.

Due ore di film ser­ra­te, ben mon­ta­te e per nul­la noio­se, ci fan­no cono­sce­re un avve­ni­men­to poco trat­ta­to dai libri di scuo­la, e ci per­met­to­no di ave­re con­ti­nui sti­mo­li per appro­fon­di­re la vicen­da.

La para­dos­sa­le mes­sa in sce­na è fina­liz­za­ta ad evi­den­zia­re il pale­se pre­con­cet­to che spes­so ani­ma le posi­zio­ni e le scel­te del­le per­so­ne. Non impor­ta chi ha real­men­te ini­zia­to i disor­di­ni, se mani­fe­stan­ti o poli­zia, l’importante per il Gover­no sem­bra esse­re quel­lo di incri­mi­na­re colo­ro che defi­ni­sce col­pe­vo­li, a tut­ti i costi.

Aaron Sor­kin è riu­sci­to a rac­con­ta­re la sto­ria facen­do sì che il pub­bli­co si inter­ro­ghi su ciò che è giu­sto o sba­glia­to, su liber­tà di paro­la e ribel­lio­ne. L’ennesimo film in un’aula di tri­bu­na­le, si rive­la uno dei pochi a non cade­re mai nel bana­le.

Se Abbie Hof­f­man dice­va “il pri­mo dove­re di un rivo­lu­zio­na­rio è di cavar­se­la”, il regi­sta, con quest’opera, ci è riu­sci­to egre­gia­men­te.