effetto Kulešov, espressioni, emozioni, montaggio

Un volto, tre espressioni – Il mistero dell’Effetto Kulešov

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Al mon­do non c’è nien­te di più incom­pren­si­bi­le dei vol­ti.” dice la scrit­tri­ce bel­ga Amé­lie Nothomb, che descri­ve que­sti ulti­mi come insie­mi di trat­ti e sguar­di dal sapo­re enig­ma­ti­co. Ogni sin­go­la espres­sio­ne è un con­cet­to da deci­fra­re ed il suo signi­fi­ca­to non è mai scon­ta­to.

Leg­ge­re que­sto potrà sem­brar­vi stra­no. A pri­mo impat­to ognu­no direb­be di saper rico­no­sce­re feli­ci­tà, tri­stez­za o pau­ra nel­la per­so­na che ha di fron­te, di saper leg­ge­re le diver­se espres­sio­ni con un sem­pli­ce sguar­do. A pri­mo impat­to però.

Esi­ste un espe­ri­men­to che vi farà sco­pri­re quan­to la nostra men­te sia mani­po­la­bi­le e come la nostra per­ce­zio­ne del­la real­tà pos­sa esse­re alte­ra­ta.

Negli anni 20 il cinea­sta Lev Vla­di­mi­ro­vič Kulešov pre­se il pri­mo pia­no ine­spres­si­vo di un noto atto­re rus­so (Ivan Mozžu­chin) e lo acco­stò ad altri fram­men­ti di pel­li­co­le, gene­ran­do così tre diver­se sequen­ze. Nel­la pri­ma l’immagine del vol­to fu segui­ta da quel­la di un piat­to di mine­stra, nel­la secon­da da una bam­bi­na in una bara e nel­la ter­za da una don­na. Que­ste com­bi­na­zio­ni ven­ne­ro poi mostra­te al pub­bli­co che asso­ciò all’attore tre diver­se sen­sa­zio­ni: appe­ti­to, tri­stez­za ed attra­zio­ne. Cosa c’è di incre­di­bi­le? Il vol­to non è mai cam­bia­to. Sia­mo di fron­te a un’illu­sio­ne che pren­de il nome di “Effet­to Kulešov”.

Oggi, dopo cen­to anni dall’esperimento, ci risul­te­rà dif­fi­ci­le intra­ve­de­re una dif­fe­ren­za di emo­zio­ni in quel vol­to così straor­di­na­ria­men­te neu­tro, la stes­sa che inve­ce ha per­ce­pi­to il pub­bli­co di allo­ra. Ma per­ché mai dovrem­mo quin­di inte­res­sar­ci a que­ste sequen­ze di ripre­se? Per il con­cet­to che met­to­no in luce. L’effetto Kulešov ci fa nota­re che spes­so è il con­te­sto a pre­va­le­re sul­le sin­go­le imma­gi­ni, che uno sguar­do può voler dire mil­le cose se si cam­bia ciò che sta intor­no. L’espressione non si modi­fi­ca, sem­pli­ce­men­te sia­mo noi ad attri­buir­le un sen­so diver­so, noi con­di­zio­na­ti dal­le inqua­dra­tu­re e dal loro ordi­ne che ci gui­da e ci por­ta a vede­re la sto­ria deci­sa dal regi­sta. Non ci limi­tia­mo a guar­da­re, ma par­te­ci­pia­mo, anche e soprat­tut­to incon­scia­men­te, ed il mon­tag­gio nel cine­ma sfrut­ta pro­prio que­sta nostra carat­te­ri­sti­ca, dan­do un’apparenza di con­ti­nui­tà tem­po­ra­le e spa­zia­le che solo noi pos­sia­mo tra­sfor­ma­re in real­tà.

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L’effet­to Kulešov non evi­den­zia solo il mon­tag­gio, ma qual­co­sa che va oltre il cine­ma e rag­giun­ge la psi­co­lo­gia. L’esperimento rus­so è l’esempio con­cre­to dell’intreccio tra que­sti due ambi­ti, così simi­li e così diver­si, tan­to da diven­ta­re 

dimo­stra­zio­ne di una teo­ria che uni­sce espres­sio­ni e con­te­sto. Secon­do que­sta cor­ren­te di pen­sie­ro un sor­ri­so non è solo feli­ci­tà, ma ha tan­ti signi­fi­ca­ti quan­te sono le situa­zio­ni in cui è inse­ri­to.

Lo stu­dio del­le espres­sio­ni non fini­sce qui, è ampio e ric­co di inter­ro­ga­ti­vi, ipo­te­si e teo­rie. Char­les Dar­win con­si­de­ra­va la mimi­ca fac­cia­le una carat­te­ri­sti­ca inna­ta e uni­ver­sa­le dell’uomo, un lin­guag­gio che tut­ti cono­sco­no e che acco­mu­na per­so­ne di ogni cul­tu­ra; men­tre Paul Ekman, nel­la sua teo­ria dei pro­gram­mi affet­ti­vi, sostie­ne che le espres­sio­ni si divi­da­no in genui­ne (invo­lon­ta­rie) e fal­se (volon­ta­rie). Le pri­me sono diret­ta­men­te con­nes­se agli sta­ti d’animo, le secon­de è come se fos­se­ro sepa­ra­te dal­le emo­zio­ni, quin­di non auten­ti­che. Quest’idea di divi­sio­ne tra ciò che pro­via­mo e ciò che tra­smet­tia­mo vie­ne ripre­sa in un’altra con­ce­zio­ne, che vede il lin­guag­gio fac­cia­le espri­me­re moti­vi socia­li e non sen­ti­men­ti, sot­to­li­nean­do come le espres­sio­ni non si mani­fe­sti­no qua­si mai se sia­mo soli.

Il pen­sie­ro attor­no al lin­guag­gio del vol­to è costel­la­to di doman­de astrat­te che, come tali, non pos­so­no por­ta­re a rispo­ste cer­te, ma for­se è giu­sto così. E’ giu­sto lasciar­si cat­tu­ra­re dai movi­men­ti di un viso, ascol­tar­lo ed inter­pre­tar­lo, abban­do­nan­do la razio­na­li­tà. Le emo­zio­ni deri­va­no dal­le cose più ina­spet­ta­te e, gra­zie all’effet­to Kulešov, pos­sia­mo dire che spes­so dipen­de tut­to dal lega­me tra le imma­gi­ni di una sto­ria.

Di Sofia Cic­cot­ta

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